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Aggiornato il:16 Luglio 16:20.

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Toponomastica,Tradizioni e Storia Padergnonese (2a parte)

Seconda parte dell'estratto  da  "Limes lacus, viaggio nei toponimi padergnonesi".
Riferimenti nostra biblioteca virtuale qui
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{mospagebreak_scroll title=Limbiàch}


Limbiàch - Scriveva in latino nel nuovo Libro dei Morti, più di duecento anni fa, il curato padergnonese Pietro Pedrini da Lasino, cittadino onorario di Trento e nobiluomo: "Il 15 agosto 1791, verso sera, quattro uomini dabbene insieme con tre donne, tornando a casa con la bonaccia dalle Sarche dopo la festa dell'Assunta, sedevano senza alcuna precauzione in una barchetta, ma giunti ormai vicino all'anello di Limbiàch, l'acqua sommerse lo scafo portandosi via la vita di tutti ...".


Nel 1623 Valentino del fu Matteo Chemelli comprava un campo in enfiteusi a Nimbiac, ed il suo notaio inaugurò una lunga serie di corruzioni del nostro toponimo, la quale annovera varianti curiose come Vimbiac, Nimbiaco e Limbiago. Delimitato a sudest dalla Roggia Grande, che lo separa per un tratto dal vicino Pendé, e racchiuso a nordovest, dopo Valùcher, da quel che resta del Dos Olivèr e dal Crozzét, Limbiac deve il suo nome all'espressione limes lacus, riva del lago, e la sua importanza al porto in esso contenuto. Nel quale è ben visibile la grossa pietra a cui era fissato l'anello di ferro che teneva legate le barche.


Probabilmente fino alla metà dell' Ottocento non esisteva alla Stretta dei due laghi un vero e proprio ponte. E' abbastanza ovvio, quindi, che almeno fino a tale data le imbarcazioni servissero di frequente per il trasporto di persone dall'una all'altra riva del lago, permettendo di abbreviare notevolmente la strada che altrimenti, dopo il tracciato di Sottovi, costeggiava il Dòs dele Valéte fino ad unirsi con quella dei Casalìni.


L'attività piscatoria, poi, è stata una delle più antiche fonti di sostentamento per la nostra gente, anche se essa doveva quasi sempre accontentarsi delle insipide scardole, mentre il resto andava ad imbandire mense più fortunate. Risale infatti all'aprile del 1307 l'affittanza, dietro pagamento annuo di quaranta lire piccole veronesi, del diritto esclusivo di pesca nel lago di Maiano a favore di Armanio de Padergnono, investito dall'arciprete di Calavino Enrico da Legnano a nome del vescovo Bartolomeo Quirini. Più di ottant'anni più tardi, nel 1391, l'affitto venne concesso per sessanta lire al padergnonese Nascimbene del fu Ture [Beatrici], che possedeva degli immobili anche a Trento. Di Padergnone furono pure i locatari nel sec. XVI e nel 1678 il titolare era un certo Ventura del fu Baldassare Beatrici.


Dal capitolo 24 dei Capitoli di Riforma e Nuovi per il migliore regolamento della Comunità di Padergnone del 1788, rimasti sconosciuti per quasi due secoli e rinvenuti di recente (1994), veniamo a sapere che nel lago poteva pescare non solo chi aveva l'affittanza del medesimo, ma anche gli altri vicini. Tuttavia a partire dal giorno dell' Assunta sino alla fine delle vendemmie a questi ultimi era proibito qualsiasi tipo di pesca notturna nel lago sotto pena di dieci lire di multa. Entro questi termini i non affittuari dovevano consegnare, sotto pena di tre lire, al suono dell'ave maria le loro barche al saltaro di Pendé, il quale aveva l'obbligo di invigilare e di denunziare i trasgressori. Al mattino, poi, le barche non potevano essere staccate dall'anello se non dal saltaro medesimo. I proprietari di barchetti che opponevano resistenza all'ordine del saltaro, o il saltaro stesso che omettesse per qualsiasi motivo di denunziare i trasgressori erano castigati ad arbitrio del Regolano fino ad una somma d'un Ragnese.


Un'ultima osservazione. A nord del porto di Limbiàch, fonte di vita e di morte per la nostra gente, si estende la Costacadéna: un altro toponimo che testimonia della vocazione lacustre degli antichi Padergnonesi.


Per notizie su Limbiàch e la porzione padergnonese del lago di s.Massenza vedi Silvano Maccabelli, L'"anello di Limbiach". Padergnone comunità di lago in AA.VV., Di lago in lago, 2005, Commissione culturale intercomunale di Terlago, Vezzano, Padergnone, Calavino, Lasino, Cavedine, pag. 125 e segg.


{mospagebreak_scroll title=Strèta}


La Stréta - Ora la chiamano "Due Laghi", ma una volta era la Stretta, là dove il lago di S.Massenza si restringe quasi a formare un canale, per poi riaprirsi e dar luogo al lago di Toblino.


Nell'autunno del 1845 un certo Evaldo scendeva a piedi in buona compagnia verso la piccola terra di Padergnone. Aveva in precedenza cercato inutilmente posto all'osteria di Vezzano, un bel paesotto di poco meno di mille abitanti. "Già comincia imbrunire e adocchiamo un laghetto giù a destra che ci dicono essere il lago di S.Massenza; lago che per mezzo di uno stretto angustissimo, sovra cui passa un ponte, è in comunicazione con un altro lago di là, detto il lago delle Sarche - Strada tagliata nel sasso, e bel prospetto dei colli di Padergnone e del vago laghetto, con alti monti più addietro". E più tardi: "Passiamo sotto il ponte ove i due laghi si congiungono". Tornato a casa, dopo alcuni giorni, il nostro Evaldo informava della sua gita il suo amico Cinzio e gli dava questo consiglio: "Se il caso avesse a balestrare o te o qualcuno dei nostri buoni amici comuni fra questi luoghi, non ti dimenticare che all'osteria del...a Padergnone abbiam trovato non solamente buon cibo e pulito alloggio, ma una tal cordiale semplicità e cortesia e una tale onestà singolare di prezzo, che ne siamo rimasti meravigliati". Queste notizie databili al 1845 ci aiutano a determinare la data della costruzione del ponte della Stretta. Il quale, siccome non figura sulle carte dell' Atlas Tyrolensis del 1774, deve essere stato costruito appunto fra il 1774 e il 1845.


Il ponte della Stretta tornò alla ribalta tre anni dopo, all'epoca della puntata dalle nostre parti dei Corpi Franchi. Dice il Marchetti, a proposito dei volontari, nella sua opera sul Trentino nel Risorgimento: "La prima compagnia dei bergamaschi del Bonorandi era spedita a tagliare il ponte che divideva il lago di S.Massenza da quello di Toblino e ad occupare Vezzano". Più tardi, quando il maggiore degli imperiali Burlo scese a Toblino per liberare le compagnie del capitano Batz assediate nel castello, lo poté fare solo dopo avere "restaurato il ponte fra i due laghi che era stato rotto". Dice anche un articolo dell' Alto Adige del 1911 che racconta la cattura dei Corpi Franchi a Sottovi e la loro traduzione verso Trento: "Tutti i prigionieri legati e scortati vennero messi in cammino per la strada che, costeggiando il lago, mette alla cosidetta Stretta e poi per Padergnone e Vezzano...; arrivati alla Lasta dei Conti, vicino al luogo ove oggi c'è la fabbrica di cemento, vennero allineati e minacciavasi di fucilarli".


La Stretta è luogo dove le vicende umane hanno stravolto sensibilmente il paesaggio naturale. Dapprima i luoghi furono modificati dalla costruzione della pescicoltura e poi, negli anni Cinquanta, dai lavori per l'allargamento del canale di collegamento fra i due laghi in conseguenza della costruzione della centrale. Di lì a poco all'acqua del lago di S.Massenza si sarebbe aggiunta quella di deflusso dal lago di Molveno e la roggia che in precedenza univa i due specchi lacustri, passando attraverso la angusta apertura collocata sotto il vecchio ponte, era del tutto insufficiente al bisogno. Il nuovo manufatto sopra il nuovo ampio canale si portava via un bel tratto di carecèr, ma permetteva un allargamento dello stradone già asfaltato negli anni Trenta e prescriveva di spostare il ponte un po' più ad est, allontanandolo dalle rocce della Madruzziana alle quali in precedenza era quasi addossato.


La Stretta è l'area turistica padergnonese. Non appena si poté collocare un ponte transitabile dai carri, sul luogo venne allestita un'osteria dei carradori. Già negli anni Trenta, quando la carreggiata venne portata da tre a sei metri, la Stréta ospitava l' Albergo due Laghi con la sua brava insegna pubblicitaria del Vino santo. Si aggiunsero ancora il Miralaghi con l'adiacente distributore di benzina dell'Aquila, ed anche il Da Valentino. Ma le novità continuano anche adesso sulle ali dell' attuale ristrutturazione dell'area della pescicoltura.



{mospagebreak_scroll title=Passeggiata Parco 2 Laghi - Dos Padergnon}


Passeggiata Parco Due Laghi-Limbiach-Dòs Padergnón - Presso la Stréta dei Due Laghi si può accedere al Parco Due Laghi, che contiene la suggestiva foce della Rógia Granda nel lago di s.Massenza. Dopo avere scavalcato il corso d'acqua, in direzione est-nordest si entra, attraverso una passerella in legno, nell'area dell'antico Pòrto civico di Limbiàch, dove si può vedere la ricostruzione del vecchio pontile e la presenza della Préda dell'Anèl, il sasso al quale era fissato l'anello in ferro che teneva legate le barche destinate alla pesca e alla navigazione sui laghi di s.Massenza e di Toblino.


Percorsa in salita la prima ripida porzione della Strada de Limbiàch e superato l'odierno sottopasso che sorregge la Variànte della 45 bis, si possono vedere, lungo l'attuale Via al Lago, sulla sinistra le pendici sudorientali del Dòs Livèr ("Dosso degli olivi") e alla destra l'area ora urbanizzata della Gàina. Più avanti, prima dell'imbocco di Via al Lago con Via del Ponte, si trovano l'area agricola di Valùcher (sulla sinistra) e il luogo della vecchia Pessicoltùra del Signoredìo (a destra). Dopo avere svoltato a destra per il tratto terminale di Via del Ponte ed avere imboccato Via Dodici Maggio (Antica via dei Càschi), si arriva al sito dell'antico Caputèl dei Santi Nerèi, ora scomparso e ricordato da un dipinto sulla parete del Palazzo Comunale.


Dopo aver percorso la prima parte di Via Dodici Maggio (che prende il nome dal giorno dei Santi Nerèi), si arriva alle pendici orientali del Dòs Padergnón e, imboccata a sinistra la Stradèla del Dòs Padergnón (ora Via Dos), si può salire sull'altura che prende il nome del Paese e che è attualmente allestita a Parco Naturale. Giunti alla sua sommità, oltre al notevole assortimento di specie erbacee, arbustive ed arboree presenti e classificate, si può ammirare la Conca dei Due Laghi, trovandosi di fronte ad uno dei più suggestivi panorami del Trentino: (da ovest a sudovest) il lago di s.Massenza con l'area dell'antico porto civico padergnonese di Limbiàch, la Stréta dei Due Laghi con l'attigua lecceta detta Madruzziana, il lago di Toblino con il suo castello, al quale (e più oltre sino alla Toresèla e alle Sarche) si può arrivare, partendo dai Due Laghi, lungo la passeggiata costiera allestita sul territorio del Comune di Calavino.



{mospagebreak_scroll title=Sotovi}


Sotóvi - Forse l'ipotesi più verosimile sulla derivazione del nostro toponimo l'abbiamo reperita su un articolo dell'Alto Adige custodito presso la Biblioteca del Museo del Risorgimento di Trento nelle carte riguardanti la puntata nella nostra zona dei Corpi Franchi nel 1848. In esso infatti si parla del "maso Sottof, sotto Padergnone". Sottof, sotto il tufo, cioè ai piedi del tufo dei Busoni. Anche se non dobbiamo dimenticare che il termine tof designa pure un terreno ripido e l'eventuale sentiero che lo percorre, tutti elementi che si ritrovano nell'area di Sotóvi, situata appunto sotto le erte pendici occidentali del Dòs Pelà, quelle sudorientali delle Valéte e quelle meridionali della zona vezzanese di Fontanamòrta.


Aperto a sudovest e collegato al Paese, oltre che dalla recente Strada del Bassi, anche dalla stradèla di origine romana, Sottovi comprende l'area in pendio che dalla Spighéta, presso la croce di S.Valentino, degrada fino alla Pózza, compresa fra le pendici occidentali del Dòs Padergnón e del Dòs Pelà, e quelle orientali delle Valéte, per poi insinuarsi nel lago di s.Massenza con la Penisola o Dòsso del Vescovo.


Leggiamo ancora nelle testimonianze del padergnonese Candido Beatrici detto Remèdi sul noto episodio padergnonese della prima guerra per l'indipendenza italiana: " ... sul Dòso a Levante del Dòso del Vescovo, più alto di questo, vi erano tre vecchi del paese che facevano la spia.". Fatto sta che nel maso Sottof e sulla adiacente Penisola il quindici aprile 1848 vennero catturati diciassette volontari che, insieme con i loro commilitoni, intendevano, entro la giornata, "mangiare la polenta" a Trento dopo averla "liberata" dagli Austriaci. Diciassette e non ventuno, come invece da settant'anni a questa parte si ostina a far credere l'epigrafia ufficiale rappresentata dalla iscrizione apposta alla parete esterna dell'attuale casa di Sottovi..


Sottovi (e dintorni) è luogo di storia plurimillenaria. E' probabilmente da ascriversi a questa località il ritrovamento di coltelli di selce risalenti al Neolitico di cui parla, fra gli altri, G.A.Oberziner: "...non è certo un fatto privo d'importanza che presso il lago di Padergnone (sic) siano stati trovati quattordici coltelli di selce". E P.Orsi ci ricorda: "Nel 1874 sulla riva orientale verso Padrignone fu trovata una freccia peduncolata di roccia granitica assieme ad uno spillo di bronzo", forse traccia di palafitte. La zona di Sottovi fa parte di quel "territorio lacustre" che, secondo A.Panizza, "forse un tempo fu quasi per intero allagato e dovrebbe nascondere le testimonianze dello svolgimento di tutta la civiltà preistorica trentina, siccome in esso si sono scoperti armi ed utensili presso che di ognuna delle epoche suaccennate".


Se la zona di Sottovi è un importante tassello della più vasta area della Valle dei Laghi, campione di testimonianze preistoriche, non vi mancano neppure reperti romani, resti forse dell'antico fundus Paternius, che ha dato il nome al Paese. Dice a questo proposito G.Roberti: "Due tombe romane furono messe in luce nel 1897 presso la collinetta di Maso Sottovi; fu- rono più tardi trovati alcuni oggetti forse provenienti da tombe manomesse: due coltelli, piccola scure di ferro, campanello di bronzo, orciolo piriforme, scodelletta con incavo sotto al manico, pignattina ansata con delle fossette nella parete, piccolo trepiede, tutto di cotto".

Il toponimo Sottovi non compare se non in documenti abbastanza recenti. Forse un tempo la località, come la vicina s.Massenza, veniva denominata Magnàn.

 

 

{mospagebreak_scroll title=Passeggiata Sotovi - S. Massenza}


Passeggiata Sotóvi - s. Massenza - Partendo dall'imbocco di Via del Ponte e percorrendo per un tratto la così detta Strada del Bassi, si arriva nei pressi del Viadóto (lo scavalcamento del tratto variante della 45 bis). Prendendo la stradina a sinistra e lasciandosi, sempre a sinistra, la Stradèla del Dòs Pelà che sale la collina che porta il medesimo nome, si percorre l'antica (forse romana) Stradèla de Sotóvi, che attraversa in direzione sud-nord l'omonima area padergnonese.


Fino alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, prima che venisse edificata l'attuale strada asfaltata (detta del Bassi, dal nome del suo costruttore per conto delle ditte che lavoravano all'allestimento della vicina centrale idroelettrica), la Stradèla de Sotóvi era l'unico tracciato che metteva in comunicazione diretta Padergnone con la vicina s.Massenza. Essa si originava presso l'antico (e scomparso) Caputèl dei Santi [Nerèi] procedendo più in quota rispetto all'odierna Via del Ponte (o Strada del Bassi). Ora la Stradèla de Sotóvi si snoda fra i campi da un lato, e il bosco dall'altra, fiancheggiata a destra da un antico muro di cinta a secco. La troviamo ricordata in documenti che vanno dal 1663 al 1803 a proposito di un lungo contenzioso fra Comune e privati circa l'onere della sua manutenzione.


Ai piedi del sovrappasso presso la confluenza della Stradèla con la Strada del Bassi si trova il luogo della Sorgènte de Sotóvi, e continuando verso sudovest si può ammirare la zona della Pózza, fiancheggiata ad ovest dalla Penìsola, che punta dritta verso la Stréta e porta sulla sommità l'obelisco in memoria dei catturati di Sotóvi (1848). Sul Màs de Sotóvi (immediatamente a sinistra della strada), affiancato dai cipressi, si può ancora notare scolpita una stella con tondo incorporato, recante l'epigrafe In questa casa - furono catturati - i 21 martiri - del 1848. In realtà nella casa furono catturati soltanto quattordici volontari, mentre tre vennero fatti prigionieri sulla Penìsola ed altri quattro nella zona dei Laghi.


Dopo il Màs de Sotóvi, lasciata a sinistra l'area denominata le Màsere (luogo di macerazione della canapa) la strada continua sul territorio del comune di Vezzano, in vista per un tratto del lago di s.Massenza. Quando il lago non era ancora stato abbondantemente interrato nel suo tratto a nord per le esigenze della centrale, la strada qui era strettissima ed addossata alla ripida parete orientale. Più avanti, verso s.Massenza, confluisce da destra l'antica strada (forse romana) detta dei Casalìni, in collegamento con Vezzano, e, sempre a destra della strada carrabile, si trova il rifacimento del vecchio capitello di santa Massenza, che un tempo si trovava più a sudovest.


Per la ricostruzione della vicenda della cattura dei volontari dei Corpi Franchi nel 1848 a Sottovi di Padergnone, si veda Silvano Maccabelli, Un episodio padergnonese della prima guerra per l' indipendenza italiana, in AAVV, Padergnone, 1994, Comune di Padergnone, pag. 133-147.



{mospagebreak_scroll title=Pendé}


Pendé - Nonostante il nostro toponimo risalga a documentazione almeno cinquecentesca, non è stato fino ad ora possibile reperirgli una derivazione meno banale di quella, secondo la quale esso verrebbe da pendìo, luogo scosceso e in notevole pendenza. Non sappiamo se il fatto che il termine Pendé sia regolarmente storpiato in Pènde nella letteratura storiografica locale (Cesarini Sforza, Roberti, Gorfer) sia in grado di portare acqua al mulino della nostra ipotesi etimologica. Sicuramente però ve la porta la configurazione topografica del luogo, caratterizzata com'è dall'ampio declivio delimitato a nord dalla Roggia Grande, ad est dalla strada di Galandìn ed a sudovest dalla Roggia di Calavino, detta anche dei Canevài o, appunto, di Pendé.


Pendé è luogo di ritrovamenti archeologici d'epoca tardo romana. A quanto ci dice Giacomo Roberti nella Edizione archeologica della Carta d'Italia, vi si reperirono monete di Marco Aurelio e di Eliogabalo. Si tratta dell'unico rinvenimento in campo numismatico dell'intera area padergnonese, che depone a favore dell'esistenza di un terzo insediamento, sempre probabilmente agricolo, dopo quelli di Sottovi e Barbazzàn.


A cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo nella zona di Pendé cominciò ad esercitare la professione di fabbro ferraio, utilizzando la forza motrice dell'acqua della Roggia di Calavino, la famiglia abitante a Vezzano (ma foresta) degli a Prato. Iniziò nella seconda metà del Cinquecento Francesco a Prato, il quale ebbe subito a che dire con la Comunità di Padergnone, la quale vantava diritti sulle acque che entravano nelle pertinenze del territorio comunale. Siccome però l'acqua era pur sempre l'acqua del fiume Roza di Calavino s'intromise con tutta la sua autorità pure il regolano maggiore di Calavino, Aliprando Madruzzo, il quale, con una sentenza dettata nel 1583 da Castel Madruzzo, fece da arbitro e fissò le condizioni per lo sfruttamento idrico oggetto della controversia.


Il figlio di Francesco, Giovanni a Prato, si fregiava del titolo di mastro e compare quale testimone in una lite del 1607 fra il Comune di Vezzano ed alcuni privati. Tuttavia, probabilmente a causa della sua condizione di forèsto, venne privato dagli uomini di Vezzano del diritto di pascolar bestie e di far legna sui beni comunali di Vezzano. Egli però non si perse d'animo e si appellò al vescovo. Fu così che nell'agosto del 1611 (a quanto apprendiamo dalle pergamene vezzanesi) il cancelliere Pietro Alessandrini gli riconobbe i diritti negati, ovviamente dietro pagamento di una tassa. Identica fortuna il nostro da Prato non ebbe però l'anno successivo, quando dovette affrontare, questa volta in solido con la Comunità di Padergnone, l'opposizione da parte di Carlo Madruzzo, vescovo principe, contro l'utilizzazione delle acque. In seguito ad intimaziome negatoria del settembre 1612 l'attività degli a Prato in Pendé di Padergnone ebbe termine.


La Crós de Pendé o del Consòrzio o dela Filòssera - Quando nel 1909 il Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano, per debellare la fillossera della vite, acquistò un terreno in Pendé per adattarlo a vivaio di piante madri americane ed a vivaio di piante innestate (E.Decarli), venne apposta in loco, a testimonianza di questo avvenimento, la Crós del Consorzio o de Pendé o dela filòssera, la quale reca alla sua base la seguente iscrizione: " A Dio - dator d'ogni bene - il Consorzio Agrario - distrettuale di Vezzano - affida i lavori - antifillosserici - qui iniziati - 1909 ". La croce, quando negli anni Cinquanta il luogo di Pendé venne utilizzato per costruire gli alloggi del il personale in servizio presso la centrale di S.Massenza, venne diligentemente spostata al bivio fra lo Stradón e la strada de Galandìn.



{mospagebreak_scroll title=San Martìn}

San Martìn - "Ad sanctum Martinum de pramerlo", "a s.Martino di pramerlo": così leggiamo in un documento del 1208 custodito nell' Archivio Comunale di Vezzano e riferito alla secolare controversia per i confini del territorio di Aràno o Naràn fra le comunità di Vigolo e di Baselga da una parte, e di Vezzano e Padergnone unite in sodalizio dall'altra. Secondo L.C.Sforza già a quel tempo (sec. XIII) il toponimo designava, oltre che l'area, anche la chiesina, or diroccata [1911] che si trova sopra Padergnone sulla montagna padergnonese ad est dell'abitato, nei pressi del confine settentrionale con il territorio di Vezzano.


Ma s.Martino è terra di frontiera, e ha radici ben più antiche del sec.XII. Già all'inizio della colonizzazione romana ospitò forse i castellieri delle genti rete in cerca di rifugio. Al tempo della dominazione longobarda vi si riunirono probabilmente dal VI all'VIII secolo gruppi di eretici ariani. E'noto infatti che il santo a cui la zona si intitola, s.Martino di Tours, originario della Pannonia, era un ariano in seguito convertito al cristianesimo, ed è accertato che molte chiese a lui dedicate erano in precedenza luoghi di culto ariani. Posta a quei tempi sul confine fra le diocesi di Aquileia e di Milano, l'area di s.Martino ospitò, inoltre, probabilmente (seguendo una luminosa ipotesi dello studioso vezzanese N.C.Garbari) gruppi di sostenitori dello scisma tricapitolino che nel sec.VI divideva le due diocesi.


S. Martino è terra di transito e di incontro. Vi passava infatti la Strada dei Cavédeni che, partendo dal territorio di Sardagna e di Sopramonte, toccava Lusàn, s.Martino e Tèvole, per poi inoltrarsi nella zona di Madruzzo, Lasino e Cavedine e giungere attraverso la Bràila, nel territorio di Arco.


S. Martino deve il nome alla sua chiesetta ridotta ormai a rudere, che dagli Atti Visitali a partire dal 1653 abbiamo imparato a chiamare con la splendida denominazione di S.Martino in monte. La sua lunga vita fu una continua lotta contro gli insulti del tempo. Fu ricostruita e riconsacrata il 10 maggio del 1754 per ordine di Gabriele Alessandri vescovo del Gallese, suffraganeo del principe vescovo Ludovico Madruzzo: cosa che trasse in inganno il Perli il quale ritenne tale data come quella della fabbrica originaria. Ma, dice il Garbari, "se i muri [oggi] restanti sono del 1500, in essi non mancano sassi e pietre lavorate ricavate da un precedente edificio". Il luogo di culto non era isolato: infatti, sempre a detta del Garbari, "poco discosto si notano altri muri a basamento di altre opere". Del resto la chiesetta viene ricordata come tale anche negli atti finali 1467- 68 della controversia per Aràno, documentati anch'essi presso l'Archivio Comunale di Vezzano.


Dopo essere stata restaurata anche nel 1653 per volontà di C. E. Madruzzo, fu meta di processioni annuali, abolite però dalle autorità tirolesi nel 1818. S.Martino in monte, de- turpata dagli avvenimenti bellici napoleonici, infastidita dai monelli, diffamata dai disordini di campanile durante le cerimonie, aveva di nuovo perso la sua battaglia per la sopravvivenza, e nel 1819 "il Comune di Vezzano, demolitala per intero, trasferì la mensa dell'altare e la pala di s.Martino nella chiesa di S.Valentino" (Perli).


Tutt'intorno ai ruderi della chiesa dall'abside quadra, situata a 493 metri sul livello del mare, si estende, popolato di roverelle, lecci, carpini neri ed ornielli, il Gac' de S.Martin. Andando verso est, superata la boscosa Val de s.Martin, nella quale si può vedere qualche segno delle vecchie fortificazioni austroungariche, piccolo anticipo di quanto si può osservare a Van, si giunge alla Grotta di s.Martino a quota 600, che ospitava un eremita il quale faceva coppia con quello del Casale. S.Martino in monte: dove ogni metro di rudere reclama ormai a gran voce il suo restauro.


{mospagebreak_scroll title=La stràda de Mont}


La Stràda de Mónt (uomini, buoi e bròzzi) - Sino alla metà dell'Ottocento, quando ancora non esisteva la Pontèra del Zimitèri, la Strada de Mónt cominciava al Caputèl de s.Giusèpe, all'imbocco della Strada dele Rogazzión. Partivano all'alba a fianco dei buoi che trainavano i bròzzi, con i prosàchi sulle spalle, col podaròl e la manàra bene affilati con la lima, e le sérle con la préda. Andavano a taiàr o a segàr a Mónt.


La Strada dele Rogazzión terminava nei pressi del Poiàt dele Vertìne, a valle della Bùsa del Calìsto, dove probabilmente un tempo attorno ad un palo centrale si innalzava con legni sempre più lunghi la carbonaia per la produzione del carbone. Altri poiàti si trovavano in montagna a Vàn e alle Strade Erte.


Più avanti c'era il bivio per i Piàni, dove l'erta si stempera tuttora in un pianoro ricoperto da pini neri, pini silvestri e larici. Continuando a salire, si arrivava all'altezza della strada di Vàn, ai piedi delle Còste omonime, dove (nella porzione settentrionale) fra i cedui di orniello, roverella e carpino nero il Conzèta coltivava solitario la sua frata sostenuta dai muri a secco e raggiungibile senza bròzzi anche attraverso il ripido sentiero del Busìn che correva fra Tévole e s.Martìn.


A questo punto però le Còste offrivano un ostacolo pressoché insormontabile per buoi e bròzzi. Chi era a piedi, dopo aver percorso in direzione nord la strada di Van, poteva imboccare, nei pressi del Conzèta, il Sentér dei Górdi, che traeva il nome dai ramarri, e sulle prime sembrava pianeggiante, ma più avanti. dopo la Voltàda, si faceva ripidissimo, ma permetteva di raggiungere Monpiàna dopo aver superato ben trecento metri di dislivello. I bròzzi che si fermavano a Van, percorrendone la strada, si imbattevano nel Sàs magna Sìl che, come un mostro mitologico, si "divorava" le sil, i perni delle ruote.


Chi andava più su, uomini, buoi e bròzzi, per superare il dislivello imboccava la Val dei Padergnóni in territorio di Calavino, la quale costituiva la scorciatoia di un ancor più lungo tracciato di aggiramento delle Còste, sempre sul territorio comunale di Calavino (la Strada de Calavìn). Nei pressi della Pinèra de Calavìn c'era il Sas Grìso, che fungeva da luogo di pòlsa: uomini, buoi e bròzzi si fermavano e si metteva mano al prosàc per un sorso di vino e un boccone di pane e formaggio. Nella Val dei Padergnóni, più di una volta, in caso di alluvione si convogliava l'acqua della montagna, tanto che, per difendere il cimitero del Paese, si dovettero costruire le Brìglie al Pianét presso i Piàni.


Dopo un lungo tragitto nella Strada de Calavìn, ci si riavvicinava al territorio padergnonese e si arrivava al bivio con la strada che portava (in direzione nord) al Valón, sotto Monpiàna. Il Valón era detto anche Taiadìc, perché era ricoperto da ceduo di facile taglio e, quando verso nordest il ceduo lasciava spazio anche alle conifere, gli avvallamenti prendevano il nome di Valéte. Continuando la salita sul tracciato principale sempre situato sul territorio di Calavino, si arrivava al bivio di Monpiàna, Monte piano, che, svoltando a sinistra, introduceva nell'omonimo altopiano situato ad una quota media fra i 900 e i 1000 metri, percorso dalla strada de Monpiàna, e ricoperto da faggi, e soprattutto da prati artificiali creati dalla nostra gente da tempo immemorabile.


La mulattiera di Monpiàna si lasciava a nordest, aggirandolo, il Dòs dei Pini, un' altura irregolare coperta di pini silvestri che si affianca alla Val dei Tonàti. Chi invece doveva continuare la salita si appressava al bivio per la Strada de la Rochéta passando per il Sàlt de Monpiàna, che in pochi metri portava da quota 950 a quota 990. La Strada dela Rochéta nel suo complesso seguiva all'incirca il tracciato dell'odierna Strada provinciale n.85 e, lasciandosi alla sinistra i prati di Monpiana, si inoltrava verso nord, dopo aver superato il Bìvio del Cóel che, attraverso il Salt del Cóel, raggiungeva in direzione est l'area soprastante di Pravilàn, dopo avere effettuato la doverosa pòlsa.


Sulla Strada dela Rochéta si arrivava nei dintorni del Fòvo, della Spiazza dei Sarcaròi e soprattutto del Dòs dela Rochéta, nei pressi del territorio di Vezzano. Il Dòs de la Rochéta ha un toponimo linguisticamente assai suggestivo e presente anche in altre zone del Trentino, che dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) trarre origine da roccia, roccetta. E viene da pensare che mai in passato la Rochéta, coi suoi 1113 metri sul livello del mare, abbia avuto modo di mostrare con tanta evidenza le sue rocce come ai giorni nostri, così impietosamente denudata dai recenti lavori di sbancamento. L'area della Rochéta è stata un punto nevralgico della montagna padergnonese: sui suoi fianchi meridionali si inerpicava la Strada delle Strade Erte che, dopo aver effettuato il Salt de la Rochéta, si dirigeva verso l'area di Prabedól, mentre sulle pendici orientali offre anche oggi il suggestivo anfratto del Bus dela Rochéta.


Oltrepassata la Rochéta, l'odierna provinciale del Bondone entra nel territorio di Vezzano, per poi ritornare, dopo una curva a gomito, in quello di Padergnone nell'area di Prabedól, prato di betulle, percorrendo la sommità di una sella simile alla schiena di una balena, e denominata appunto la Baléna. Più avanti, presso un'altra svolta, la strada si lascia sulla destra, ai margini di Pravilàn, la Casòta dei Petolotéri, da petolòti, filato di seta di seconda qualità, e probabile patronimico della famiglia attualmente proprietaria del rustico. Presso la curva successiva si trovano i faggi del Dòs dele Vipere più o meno dirimpetto al Bàit dei Nardèi, poco prima di entrare nella zona denominata Longatèra, terra allungata.


A monte di Longatèra, presso i confini del territorio comunale, ha luogo la sorgente di tipo carsico denominata Acqua del Ferèr, acqua del fabbro ferraio, utilizzata in passato durante la fienagione stagionale, insieme con quella della vezzanese Cà del'Acqua. Situata a 1300 sul livello del mare, essa è ricordata in un documento del 1208 come uno dei terminali dell'antico territorio di Arano con l' espressione latina ad aquam ferarij. Si tratta senza dubbio di una delle evidenze di chiaro interesse naturalistico del territorio comunale, nella quale la natura sconfina nel sacro: acqua viva che nasce da un'alta matrice di pietra.


Sopra l'Acqua del Ferèr, oltre il Bàit dele Cucéte, la montagna padergnonese si assottiglia in un'appendice puntuta che raggiunge la zona di Castión e del Dòs Néro nei pressi di Palinégra. E' in questo punto che viene raggiunta la massima altitudine del territorio comunale: 1472 metri. Ed è in questo luogo che parte sul comune di Padergnone, parte su quello di Vezzano e Calavino possiamo ancora intravedere i resti dei caminaménti, percorsi militari di ronda scavati nelle falde del Dòs Néro.


{mospagebreak_scroll title=Van e le Frate del Conzèta}


Vàn e le Fràte del Conzèta - Ai piedi delle ripidissime Còste omonime, situata in leggera pendenza alla quota di circa 650 metri sul livello del mare, popolata di ceduo, roverella, carpino nero, orniello, pino nero e silvestre, s'apre all'improvviso l'area di Vàn.


Vi si arrivava un tempo percorrendo l'aspro Sentér del Busìn che, principiando nella zona tra Tévole e le Vasòle, superava la Val de s.Martìn e poi risaliva costeggiato di postazioni militari, residuo della grande guerra. Vi si trascinavano in discesa le strózzeghe di legna da ardere, con percorso a tratti in successione. A Van si poteva giungere anche attraverso la vecchia carrareccia, ora ristrutturata e denominata Strada forestale di Van, che partiva dai pressi della Casìna e, giunta all'estremità settentrionale del territorio comunale, piegava a sud per continuare nel durissimo Sentér dei Górdi, che permetteva di raggiungere Monpiàna, salendo le Còste.


I muri a secco di Vàn testimoniano di un'antica colonizzazione agraria che si concretizzava nelle fràte. Scrive Claudio Bassetti nel volume Padergnone: "Le 'frate' erano limitate porzioni di terra indivisa strappata alla vegetazione selvaggia e messa a coltura 'chiusa', cerealicola o viticola o a oliveto, a seconda delle zone climatiche... Le 'frate' venivano date in concessione per un periodo breve, inferiore ai cinque anni dei divisi ... Nella 'frata' la terra veniva rivoltata in profondità. Le pietre servivano per la costruzione dei muri di sostegno dei gradoni; oppure venivano portate con il carro nel villaggio e impiegate nei restauri delle dimore contadine. I sassi e la ghiaia venivano posti nello strato inferiore ... Dopo il loro abbandono, le 'frate' sono state riprese dalla flora pioniera... Sono l'epopea di un mondo tanto distante dal nostro, che tuttavia le generazioni contadine hanno ancora dentro gli occhi".


Le fràte di Vàn sono storicamente associate ad un'antica famiglia padergnonese ormai estinta nel nostro paese, quella dei Conzèta. Nel lontanissimo 1445, un lustro appena dopo la prima concessione statutaria, v'erano in Paese quattro ceppi familiari: i Conzetta, appunto, i Nascimbeni, gli Ognibeni, e la famiglia di Giovanni di ser Niccolino (pg.vezz.n.4). Troviamo Iacomo Conceta e Zouan Conceta quali capifamiglia partecipanti alla pubblica regola del 1637 (pergamene padergnonesi n.37 e 38). Rinveniamo ancora Antonio Conzetta in qualità di maggiore di Padergnone insieme con Paolo Fantinello in un'altra regola del 1675, e Giuseppe e Giacomo Conzetta in una del 1727.


Fino al 1863 le fràte de Vàn con il loro casòt appartenevano ai coniugi Bernardo e Catterina Conzetta, i quali, però, vennero fatti, loro malgrado, oggetto di una pubblica asta esecutiva che portò la Pia Causa Lutti, dipendente dalla parrocchia dei santi Apostoli Pietro e Paolo di Trento. ad aggiudicarsi la loro proprietà. La quale, divenuta ormai in massima parte grezzivo e confinante da ogni parte col Comune di Padergnone e a settentrione anche con il comune di Vezzano, venne definitivamente acquistata dalla comunità padergnonese nel marzo del 1873. Non tutto a Van era spazio di fratta, almeno a partire dalla metà del Settecento. Ricorda, infatti, Fabio Rigotti, ancora nel volume Padergnone, che nel 1752 un saltaro padergnonese venne querelato da Gio Batta Chemeli per avergli tagliato nel suo bosco a Van piante di più sorta.


Terminiamo con una curiosa vecchia filastrocca, che lega i Conzetta ai Bugóri (abitanti un tempo nella parte orientale del Paese e forse proprietari di piccoli fondi boschivi fra Tévole e le Vasòle), con l'avvertenza liberatoria che essa è stata confezionata in epoche nelle quali molto più marcata di adesso era la propensione goliardica e (purtroppo) assai meno pronunciata la sensibilità animalistica: Cagna cagna del Bugór, se non l'è morta la gh'è su ancor; cagna cagna dela Conzèta, se no l'è morta, l'è su che la crèpa.



{mospagebreak_scroll title=La Madòna e il Rifugio}


La Madòna e il Rifugio dei Càschi - Ci vollero più di duemila giorni ed anche un po' di fortuna prima che fascisti, nazisti e compagnia riuscissero a capire che, in fondo, non potevano sottomettere il mondo intero. Questo triste spazio di tempo è occupato, anche nella nostra storia campagnola, dalla seconda guerra mondiale.


Già nel settembre del 1943, subito dopo l'armistizio, Trento era stata invasa dai carristi tedeschi e Padergnone, insieme con il Trentino, l'Alto Adige e il Bellunese, era stato inserito nella zona di operazione dell'Alpenvorland direttamente alle dipendenze del Reich. Fin dai primi giorni del 1944 la leva era stata estesa ai ventenni e ai diciannovenni e, nel settembre del medesimo anno, tutti, dai quindici ai settant'anni, furono obbligati al servizio a favore delle truppe naziste di occupazione. Le donne padergnonesi dovevano prestare la loro opera come sarte per confezionare tutte mimetiche ed altri articoli del corredo militare. I pochi artigiani rimasti e coloro, ancora di meno, che possedevano qualche mezzo di locomozione a motore erano mobilitati per le esigenze dei soldati e dei civili, come il vettovagliamento ed il trasporto degli sfollati. E qualche volta si ingegnavano ad evitare i controlli per procurarsi generi alimentari fuori tessera per mantenere la famiglia.


La Conca di Padergnone aveva subìto nel Medio Evo le scorrerie dei conti del Tirolo ed ai primi del Settecento era stata devastata dalle truppe francesi del generale Vendôme; all'inizio dell'Ottocento era passata dal principato vescovile alla dominazione austriaca e durante la prima guerra mondiale la nostra gente era stata utilizzata per costruire trincee sui fianchi del Bondone, ma non aveva mai subìto un'occupazione vera e propria in tempo di guerra. I todéschi (qualche volta) sapevano mostrarsi anche generosi, ma il nostro Paese aveva pur sempre il piede straniero sopra il cuore.


La minaccia più insidiosa, tuttavia, veniva dall'aria. Gli alleati, e soprattutto gli inglesi, a partire dai primi mesi del 1944, per stanare gli occupanti tedeschi, si erano messi a bombardare Trento ed in particolare il pónt dei Vòdi, che si trovava nei pressi della confluenza dell'Avisio con l'Adige e sosteneva la linea ferroviaria del Brennero: ... magna, bevi e godi, ma sta lontan dal pont dei Vodi ...


Data anche la vicinanza con la città, Padergnone si trovava in grande pericolo. Un bombardiere lasciò cadere una bomba che, destinata alla strada per Vezzano, piombò invece nella zona dei Pràdi recapitando le proprie schegge fin sul sagrato della chiesa dei santi Filippo e Giacomo. La contraerea di stanza sul Bondone cercava di contrastare gli aerei nemici, ma quasi mai con successo, tranne quando le riuscì di abbattere alcuni aviatori, alcuni dei quali, lanciatisi col paracadute, furono catturati (pare) proprio in Paese e poi portati a morire presso Ceniga, dopo che essi ebbero affidato ad un padergnonese delle lettere per i propri congiunti.


La sera, non appena si faceva buio, scattava il coprifuoco e tutti i vani illuminati dovevano essere coperti. Un piccolo aereo da ricognizione, chiamato Pippo, sorvolava a bassa quota le case, e la gente diceva che aveva il compito di sorvegliare esatta esecuzione delle disposizioni per l'oscuramento antiaereo.


Già alla fine del 1943 era iniziata a Trento la costruzione di rifugi sottoroccia. A Padergnone ve ne erano ben tre: uno stól nella zona di s.Valentìn presso la Séga, un altro accanto all'odierno piazzale Bressan ed infine, il più importante, quello dei Càschi. Ricavato ad U nella roccia viva del dos Padergnón, possedeva, presso le due aperture terminali, dei bastioni in calcestruzzo per evitare i danni causati da violenti spostamenti d'aria. Non appena si profilava in loco la presenza di bombardieri, il sacrestano di allora suonava a martello la campana detta dei caduti, e la gente si precipitava al rifugio tenendo per mano i figli ed il gruzzolo che si faceva di giorno in giorno sempre più esiguo. I bimbi in quei momenti erano combattuti fra due desideri: quello di recuperare la maggior quantità possibile di sfrìnzole di stagnola lasciate cadere dagli apparecchi in avanscoperta allo scopo di disorientare i sensori della contraerea. e quello, più sensato ma molto meno interessante, di precipitarsi senza indugio al riparo del rifugio.


Quando non c'erano i bombardieri, c'erano pur sempre i caccia che mitragliavano i convogli militari tedeschi. Per permettere ai pochi passanti di ripararsi, le strade dei dintorni padergnonesi erano state dotate di numerose buche ricavate ai margini della carreggiata da squadre di operai coordinate da un graduato tedesco che alloggiava in Paese. I più ardimentosi si avvicinavano a qualche camion momentaneamente incustodito, per poter impadronirsi di qualsiasi cosa che potesse alleviare la miseria e la fame, o anche solo per curiosare, come accadde a quel padergnonese che vi trovò soltanto un'enorme quantità di orzo abbrustolito.


Intanto gli alleati risalivano l'Italia insieme col fronte ed il pericolo non si profilava più soltanto dall'aria, ma, ben più consistente, anche da terra. Nonostante che i tedeschi avessero fatto saltare il piano carrabile delle due Gardesane e tenessero il nemico sotto il tiro di una lunga serie di batterie costiere disseminate lungo il lago, il 30 aprile 1945, gli alleati entrarono in Riva. Avevano spianato loro la strada, combattendo per ben tre giorni, i patrioti del battaglione Gobbi, gli operai della Caproni, della Fiat ed ancora contadini, intellettuali e gente comune.


Il primo di maggio i tedeschi dovettero sgomberare anche Arco e ripiegare su Dro. A Padergnone cresceva la tensione. Nell'odierno piazzale Miori si installavano le prime bocche da fuoco. La campagna verso la Stréta pullulava di carri armati. I padergnonesi sfollavano. chi nei casóti sui fianchi del Bondone, chi negli stói del Castìn.


Già il 14 febbraio 1944 la comunità padergnonese, rappresentata dal suo curato don Giuseppe Tamanini e da Enrico Biotti fiduciario, aveva sottoscritto il voto del Comune di Vezzano a s.Valentino per impetrare dal Signore la grazia di poter rimanere illesi nelle nostre case, immuni da evacuazione, da bombardamenti e da altri mali che potrebbero venire per causa di guerra.


Nella piccola chiesa dei santi Filippo e Giacomo si susseguivano accorate le invocazioni alla Madonna della Pace, la cui statua con il ramo d'olivo risiedeva fin dal 1881 nella bussola dell'altare laterale di sinistra: ... cessi o Madre l'orribile guerra che ci uccide già tanti figliol ... Ed ora che che il recente voto a s.Valentino sembrava non sortire l'effetto desiderato, fra la gente del Paesesi faceva sempre più chiara la volontà di assumersi un nuovo impegno votivo, tipicamente padergnonese: quello di edificare sopra il rifugio una cappella dedicata alla Madonna Immacolata.


Il secondo giorno di maggio del 1945 radio Londra annunciava la resa incondizionata delle truppe tedesche nell'Alta Italia. La gente ritornava in Paese al suono di tutte le campane. Mentre i tedeschi si ritiravano alla volta di Trento, seguiti poco dopo dai soldati alleati, nevicava sul rifugio e sulle rose appena in boccio.



Per maggiori informazioni sul capitello della Madòna a Padergnone si veda Silvano Maccabelli, La Madonna sul rifugio, 2004, realizzato dal Circolo Pensionati e Anziani di Padergnone.



{mospagebreak_scroll title=I Santi Nerèi}



I Santi Nerèi, s.Massenza e s.Valentino - La storia della comunità religiosa cristiana della Conca dei Laghi inizia (forse come quella di qualsiasi altra comunità religiosa) nell' immaginario collettivo, il quale è pure esso stesso un fatto storico-antropologico. La tradizione vuole, infatti, che, anche se il messaggio di Cristo non sembra particolarmente congeniale alla vita militare, dalle nostre parti il culto cristiano sia stato introdotto per la prima volta proprio dai soldati. I quali cominciarono a farsi numerosi quando nella seconda metà del secolo II d.C. l'imperatore Marco Aurelio fu indotto a stanziare in Trento la tertia legio italica a difesa dalle continue invasioni di Quadi e Marcomanni provenienti dal Friuli, e a promuovere per l'occasione la città da municipium (sottoposto al munus, tributo di guerra) a colonia romana.


Ed ancora di più le legioni aumentarono intorno alla metà del sec. III, allorché fu allestito il castrum del Castin a protezione da eventuali incursioni nei fundi della conca da parte di Alamanni, Marcomanni, Svevi e Sarmati che erano entrati in Val d'Adige. Sarebbero stati i legionari di stanza nel IV secolo a portare da noi le reliquie dei loro colleghi Achilleo e Nereo, che avevano avuto il coraggio di gettare le armi per farsi cristiani.


La stessa strada nell'immaginario collettivo percorre la vicenda della devozione a s.Valentino, al quale la comunità padergnonese è particolarmente legata in seguito al voto contro la guerra sancito nel 1945. Le reliquie di s.Valentino (insieme con quelle di s.Parentino) furono ritrovate nel sec. XV proprio ai piedi dell'antico castrum del Castin con la data della loro deposizione in loco (860 d.C.), ed offrirono l'occasione, alla fine sec. XV, di costruire il santuario tuttora esistente. Ma la tradizione, peraltro supportata da vari ritrovamenti, le vuole venerate fin dai tempi tardoromani sul luogo di un antico collustrione pagano. Su s.Valentino esistono studi copiosi: da quelli ottocenteschi dell'Orsi e dello Stefenelli, a quelli primonovecenteschi del Reich e del Perli, a quelli recentissimi e limpidi a cura di Valentina Grazioli (Il santuario di S.Valentino in Agro, 2002) e di Diomira Grazioli (Una devozione, la guerra, il voto in Retrospettive n.32, 2005).


La nostra tradizione è sempre stata certa dell'identità del santo: si tratta di s. Valentino prete romano e martirizzato il 14 febbraio 269 durante la persecuzione di Claudio II. La tradizione degli altri, invece, lo vorrebbe vescovo di Terni e morto nel secolo VI. La nuova storiografia religiosa trentina, infine, vede nel nostro s.Valentino l' omonimo vescovo di Passau, evangelizzatore dei Reti, vissuto nel V secolo, le cui ossa, traslate a Trento dai Longobardi, sarebbero state sepolte nel Vezzanese nel secolo IX.


Dopo che Teodosio, nel 380 d.C., ebbe ordinato che tutti i popoli professino quella religione che è stata diffusa dall'Apostolo Pietro, anche da noi sorsero le prime comunità cristiane. Non fu una cosa facile, vista la fine, in flagrante contrasto con le leggi romane allora vigenti, dei Martiri Anauniesi e di s.Vigilio. Non si sa se a iniziare la nostra gente al cristianesimo siano stati quelli di Brescia, della cui diocesi essa faceva parte, oppure il santo patrono di Trento (che, pare, dipendeva dal metropolita di Aquileia), dopo aver ottenuto il permesso di s.Ambrogio, metropolita di Milano. La tradizione vuole, comunque, che a Maiano si sia stabilita con i figli Magoriano e Claudiano la madre di s.Vigilio, Massenza, le cui reliquie rimasero nella casa da essa abitata nel sec.V, presso l'attuale chiesa del paese a lei dedicata.


Il 18 luglio del 1144 il vescovo Altemanno fece traslare i resti della santa nella cattedrale di s.Vigilio e li pose in un reliquiario sull'altar maggiore. La tradizione (maternità compresa) di s.Massenza è sostenuta da numerosi autori: Bartolomeo da Trento, Francesco Felice degli Alberti, Giacomo Filippo di Bergamo, Silvio e Innocenzo da Prato, Gian Pirro Pincio, Michelangelo Mariani, oltre al Codice Sangiorgiano e al Breviario dei padri Agostiniani trentini. Tuttavia I.Rogger, a nome della nuova storiografia religiosa della gente trentina, afferma che "il vero valore di queste notizie è ancora da controllare". Santa Massenza era raffigurata a Padergnone (sul lato dell'odierna via del Ponte) nell'antico capitello dei Santi Nerèi, situato ad angolo sul muro di un podere fra le odierne via del Ponte e via XII Maggio.

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