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Toponomastica,Tradizioni e Storia Padergnonese (1a parte)

A cura dell'autore pubblichiamo un estratto  di  "Limes lacus, viaggio nei toponimi padergnonesi".
Riferimenti nostra biblioteca virtuale qui

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{mospagebreak_scroll title=Padergnón}

Padergnón - Importanti documenti nei quali troviamo scritto il nome del nostro Paese risalgono al 1307, quando è ricordato un certo Armanio de Padergnono, al quale viene appaltata la pesca nel lago di s.Massenza, e al 1321, data in cui è citato per lo stesso motivo un Nasimbenus quondam ser Ture de Padergnone. Tuttavia, l'Ausserer (citato dalla Mastrelli Anzilotti nel suo Dizionario dei toponimi), ricorda che la prima citazione del nome del nostro Paese risale a un documento addirittura del 1251, nel quale compare l'espressione in pertinentiis Padergnoni, cioè nel territorio di Padergnone. Già a partire dalla prima metà del secolo XIII, infatti, troviamo Padergnone impegnato a fianco di Vezzano nella famosa lite per Arano contro Vigolo e Baselga.


La più antica ipotesi etimologica definisce il termine Padergnone come un toponimo prediale della gens Paternia, famiglia romana di coloni militari che, stabilitisi nella zona dei Laghi dopo la guerra retica, gestivano nei pressi di Sottovi il fundus o praedium Paternius o Paternus, dal quale già allora ricavavano forse il vino retico, che stuzzicava perfino il palato astemio di Ottaviano Augusto. Sono di quest'opinione il Vogt-Lunelli, il Chiusole (che sostiene appunto che Padergnone è "un prediale della gens Paternia" con "terminazione gallica in onum") ed anche l'Orsi che parla di Paternionum come derivante dal gentilizio Paternius. Ancora il Lorenzi ricorda che nell'iscrizione dei Lummennones a Romeno fra i nomi personali si leggono anche quelli di un certo Paternus e di un certo Justinianus. Per la verità quest'ipotesi, che possiamo definire romano-prediale, è stata formulata originariamente in un'epoca in cui tanto le etimologie latine quanto i riferimenti alla romanità erano assai di moda. Alla medesima nidiata appartengono anche la derivazione di Calavino dalla gens Calavia, quella di Lasino dal fundus Asinius, quella di Vezzano dal fundus Vettianus, di Ciago dal fundus Aciagus e di Lon dal fundus Lonius. In realtà, nonostante in tutti i luoghi sopra nominati siano copiosi i ritrovamenti romani, soltanto il fundus Vettianus e i praedia Tublinatium sono dotati di un sicuro sostegno storico, ricordati come sono nella celebre epigrafe di Castel Toblino, nella quale un certo Druinus, in qualità di actor praediorum Tublinatium, tutela il suo tegurium dedicato fatis fatabus con un versamento appunto al conlustrio fundi Vettiani.


Una qualche variante dell'ipotesi sopra esposta è rappresentata dalla tesi secondo la quale il nostro toponimo non deriverebbe tanto dai Paterni e dal loro fundus di Sottovi, quanto piuttosto e più semplicemente dal sostantivo latino pater (padre). Se ne fa interprete soprattutto la Mastrelli-Anzilotti, secondo la quale il toponimo in questione verrebbe "dall'aggettivo paternus nel senso di fondo ereditato dal padre". In questo caso scomparirebbe la necessità di scomodare i Paterni e "il toponimo sarebbe da accostare a Maderno nel comune di Trento e sempre a Maderno sulla riviera bresciana del Garda, che vengono riportati a maternus '(fondo) ereditato dalla madre' ". Il Casetti nella sua Guida storico-archivistica del Trentino fa derivare il nome del nostro Paese da Paternio-Paternionis (forse inteso appunto come fondo ereditato dal padre): in questo caso la terminazione in -one non sarebbe dovuta ad un suffisso di influsso gallico, come sostiene il Chiusole, ma direttamente al genitivo del nome latino. La radice pater o pader è frequentissima in Italia (Paderna, Paderno d'Adda, Paderno Dugnano, Paderno Franciacorta, Paderno del Grappa ecc.) e non è assente nemmeno all'estero: basti pensare alla città tedesca di Paderborn in Vestfalia nelle vicinanze del Teutoburgerwald ed a quella austriaca di Paternion nei pressi di Villach. Non privo di interesse è anche il fatto che, come ci riferisce anche il Lorenzi nel suo Dizionario toponomastico trentino, una zona montuosa di Lundo in Lomaso sia chiamata Padernione.


Per risolvere i problemi di toponomastica dei paesi dell'attuale Valle dei Laghi, il ricercatore vezzanese Nereo Cesare Garbari (affiancato qualche volta anche da Mastrelli Anzilotti) ha enunciato, nel suo volume su Vezzano, delle nuove ipotesi, molto suggestive e nostrane, rivolgendosi al mondo culturale dei Reti o comunque preromano. Così Calavino verrebbe dall'antico lemma cala-calava, indicante "pendio, burrone" (Mastrelli) oppure dalla voce laudativa kala-vel-ana significante "bello il figlio di Dio", Vezzano dalla voce ve-zana che vale "il figlio di Dio che risana" (Garbari), Lasino dal vocabolo lausa, che vuol dire "lastrone di pietra" (Mastrelli). In queste innovative ricerche, tuttavia, non fa mai menzione di Padergnone, per il quale, a nostro sommesso parere, l'ipotesi romana rimane pur sempre di gran lunga la più probabile.


Approfondimenti su singoli aspetti della storia padergnonese si trovano in AAVV, Padergnone, 1994, Comune di Padergnone.

{mospagebreak_scroll title=Padergnone l'ultimo paese dell'olivo}


Padergnone, l'ultimo paese dell'olivo - Il territorio della Comunità padergnonese ricopre l'ultima propaggine settentrionale dell'antica coltivazione dell'olivo. Questa circostanza ha lasciato una chiara traccia storica nelle tradizioni culturali del Paese.


Padergnone: lo stemma dell'olivo - Nello stemma del Comune di Padergnone, usato dalla Comunità a memoria d'uomo, è riportato un ramoscello d'olivo caricato dei propri frutti, posto in palo su uno sfondo d'oro. In araldica l'olivo e le sue raffigurazioni significano, fra l'altro, pace, concordia, benevolenza e buona fama. Lo stemma dell'olivo, pone l'accento sul fatto che Padergnone viene a trovarsi fra le zone più settentrionali della penisola italiana nelle quali si possa godere di un temperato clima mediterraneo.


Padergnone: la Madonna dell'olivo [o della Pace] - Nel 1879 il curato padergnonese Giandomenico Pozzi chiese il permesso alle autorità ecclesiastiche di poter venerare la Madonna della Pace col sacro bambolo e col simbolo dell'olivo, già peraltro oggetto di devozione da parte della Comunità nei secoli precedenti e raffigurata in un dipinto, andato perduto, nella antica curaziale dei santi Filippo e Giacomo. La risposta dell'Ordinariato vescovile fu, sulle prime, negativa: nonostante accurate ricerche condotte a Torino e ad Innsbruck, la Madonna con il simbolo dell'olivo sembrava assente dalla iconografia ufficiale. Ma i Padergnonesi tennero duro ed alla fine, nel 1881, ebbero il permesso per la loro (originale) statua della Madonna dell'olivo, che ora si trova nelle nuova parrocchiale, situata nell'edicola laterale di destra.


Padergnone: il capitolo dell'olivo - La coltura dell'olivo e la raccolta delle olive a Padergnone attraversano i secoli. Ecco quanto dice il capitolo 57 della copia padergnonese degli Statuti della nostra Comunità di Padergnone e Vezzano originari del 1580: "Che niuna persona vadi a coglier oliva giù delli olivi d'altri né a spigolar sotto alli olivi sino tanto sarà compito il raccolto di detta oliva sotto pena di lire due e carentani sei per ciascheduna volta sarà contrafatto, et si crederà al patron del luogo o al Saltàro ovvero a un testimonio con il giuramento ovvero al denunciator con il giuramento, et sarà tenuto secreto, e gli padri sijno obbligati per li figliuoli, et li patroni per li servitori, e di pagar il danno e la pena da esser applicata un terzo all'Officio [Massariale], un terzo al Commun, et un terzo all'accusator, et alli forastieri il doppio". L'estrema minuzia della norma, l'entità della multa, la varietà delle modalità di denuncia, il rigore nel perseguimento del colpevole e la notevole severità per i contravventori forestieri ci danno l'idea di quanto fosse importante e praticata la coltivazione dell'olivo.


Padergnone: la morte "presso gli olivi" - Annota il curato don Giorgio Zeni nel Libro padergnonese dei morti: "1866 ai 14 luglio ad ora 10 antim. Limbek Federico I.R.tenente del regimento Arciduca Ranieri ...Tirava al bersaglio presso gli olivi del signor Danieli sotto Padergnone. Caricata la revolver di sosta forte, o forse ancora impreciso nell'arte bellica, per meglio serrarla, rivoltava la bocca della pistola allo stomaco ed ivi movendo sosta e grilletto, scoppiò a mezzo il ventricolo, in direzione obliqua all'ingiù, che profondossi la palla nella cavità del corpo ... Caduto sul corpo prima in ginocchio, poi disteso per terra sulla strada, prima dimanda fu: chiamate il curato per la confessione, che la fece sul luogo, assai compunto, così dimandò l'olio santo e quanto può dare ai suoi moribondi la Chiesa". Si era al tempo della terza guerra per l'indipendenza italiana. Ora Federico Limbek riposa nel camposanto di Padergnone vegliato da un cippo a forma di croce.



Padergnone: il toponimo degli olivi - Il toponimo Dòs Livèr [o Olivèr] significa dosso degli olivi, oliveto, e a Padergnone indica l'estrema propaggine meridionale del sistema collinare occidentale. Da esso si domina la parte padergnonese del lago di s.Massenza e l'antico porto civico, dove è presente ancora adesso la pietra dell'Anèl al quale stavano legati i barchetti per la pesca ed il trasporto di persone e cose alla volta delle Sarche.



{mospagebreak_scroll title=Dòs Padergnon}


Il Dòs Padergnón- Il Dòs Padergnón è situato al centro dei tre sistemi collinari a monadnok ospitati nella conca di Padergnone. Essi sono stati modellati dall'attività di esarazione dell'antichissimo ghiacciaio dell'Adige che, durante la glaciazione würmiana di 18000 anni fa, percorreva tutta l'odierna Valle dei Laghi fino al Garda, generato com'era dalle acque del fiume, prima che quest'ultimo fosse sbarrato a nord di Trento, e quindi catturato nel suo alveo attuale da un altro corso d'acqua minore. Per questo si dice (Gorfer) che, dal punto di vista geologico, la Valle dei Laghi è una valle relitta, vale a dire abbandonata dal suo fiume.


Il Garbari sostiene che il Dòs Padergnón sia stato sede, insieme con il suo vicino vezzanese Dòs Castìn ed altre colline fino a Vigolo Baselga, Covelo e Sopramonte, di un castelliere retico o retogallico. Erano i castellieri dei piccoli villaggi fortificati, costruiti quattro o cinquecento anni prima di Cristo, con le abitazioni sistemate a schiera, la parte inferiore delle quali era costruita in muratura ed incassata nel fianco di una collina, mentre quella superiore era edificata in legno o paglia. Tempo fa si riteneva che i Reti fossero un miscuglio piuttosto eterogeneo ed avventizio di popolazioni, mentre gli studiosi odierni (Gleischrer, Marzatico) ritengono che essi costituissero dalle nostre parti un ceppo autoctono ed omogeneo inquadrabile nell'ambito della cosiddetta Cultura di Fritzens-Sanzeno.


Quando arrivarono i coloni romani, i castellieri di facile accesso vennero smantellati ed i loro abitatori ne costruirono degli altri più in quota: fu così, probabilmente, che le popolazioni retogalliche che occupavano il castelliere sul Dòs Padergnón si ritirarono nella zona di s.Martino, dove potevano stare al sicuro dalle molestie dei conquistatori. La civiltà dei castellieri continuerà, più tardi, al tempo dello stanziamento longobardico (iniziato nel 568 d.C.) e franco (a partire dal secolo VIII), quando gli antichi castellieri furono dedicati a s. Martino, caro sia ai Longobardi (perché originario della Pannonia) sia ai Franchi (in quanto vescovo di Tours).


Il Dòs Padergnón è soprassuolo di grande interesse botanico, costituito da una consociazione di flora mediterranea spontanea la più settentrionale in Europa, certamente in Italia (V. Marchesoni), e parco naturale con predominanza del leccio, comprendente circa un centinaio di specie erbacee, arbustive ed arboree (G. Morelli).


Il termine Dòs Padergnón compare nel capitolo 96 degli statuti padergnonesi cinque-seicenteschi che regolamenta l'ordine cronologico delle vendemmie: ... come s'hanno vendemmiato Toblin si possi vendemmiare Pendé, ed il secondo giorno si vendema la Regola de Dos Padergnon cominciando dalla via de mont sino a Zuane Biot in verso Vezan ... Nella pergamena padergnonese n.18 del 1609 si legge che una certa Anna del fu Cristoforo Tonini, moglie in terzi voti di ser Vigilio Bianchi, vendeva per quaranta ragnesi a Valentino del fu Matteo Chemelli un campo al dos Padergnon. Il rogito venne ratificato in Trento dal notaio trentino Stefano Dema ed è una delle due antiche transazioni padergnonesi nelle quali compaiono anche le donne. Il nostro toponimo compare ancora un paio di volte, nelle pergamene n.23 e 27, sempre per merito del già ricordato Valentino del fu Matteo Chemelli, che alla fine di ottobre del 1613 comprò da un certo Domenico del fu Valentino Fantinelli un podere sul dos Padergnon per cinquanta ragnesi, e nel 1622 ne acquistò un altro nel medesimo luogo per dieci ragnesi dalla Comunità di Padergnone.


Quest'ultimo rogito, per il quale i maggiori convocarono la regola a deliberare in proposito. è giunto fino a noi in una copia autenticata dal notaio Ludovico Travaioni stilata in Trento, ma in origine l'atto era stato redatto a Padergnone dal suo collega trentino Giovanni Battista Benassutti. Il quale era giunto in Paese (non sappiamo se accompagnato o meno dallo scrivante) attraverso le asperità dei Busóni, dopo almeno mezza giornata di dorso di mulo, nel corso della quale aveva dovuto affrontare prima le ripide della Scala (che congiungeva la Véla a Montevidèo), poi risalire il Vela fino a s.Rocco di Sopramonte e scendere infine lungo il Gaidòs sino a Vezzano. Altri tempi.


Sulle falde occidentali del Dòs Padergnón trovano luogo i Muredèi, caratterizzati dalle tipiche fratte sorrette da muri a secco, un tempo utilizzate per il pascolo o per la coltura del legno americano da innesto. Ai piedi del versante orientale, invece, esiste l'area denominata Càmp del Bàti, prediale del padergnonese Massimo Sembenotti detto el Bàti, con i resti di vecchi rustici agricoli. All'estremità meridionale dell'altura sale la Stradèla del Dòs Padergnón, che scavalca per intero la collina che prende il nome dal Paese, ricongiungendosi poi in direzione nord con la Strada de s.Valentin.


Per più ampie informazioni sugli antichi luoghi dedicati a s.Martino vedi Silvano Maccabelli, S.Martino di Padergnone e il sistema degli altri s.Martino, in Retrospettive anno 18 n. 36 maggio 2007, anno 18 n. 37 dicembre 2007 e anno 19 n.38 giugno 2008.


{mospagebreak_scroll title=L'antica via al Dos}


L'antica via al Dos [attuale via s.Valentino] - Anticamente l'odierna via s.Valentino era chiamata via al Dos [Padergnón] e costituiva la strada più importante del nostro Paese. Essa infatti dava luogo al primo tratto urbano padergnonese della strada imperiale (o dell' imperatore), che proveniva da Vezzano attraverso i Busóni, passava davanti alla chiesa curaziale dei santi Filippo e Giacomo, saliva i Crozzòi, continuava attraverso Barbazzàn e le Spòlte, per poi salire fino a Calavino, Cavedine e Drena. Inoltre in via al Dos, forse ad iniziare addirittura dal secolo XVII, avevano sede la vecchia Cancelleria comunale e la Canonica e, lungo l'Ottocento, anche la Scuola popolare.


Un documento del 1669 ci informa che in quell'anno il Comune comprò una porzione di casa confinante a mattina con la via pubblica [via al Dòs], [confinante] a settentrione con Cristoforo Sembenotti, a mezzogiorno con una [altra] porzione di casa comunale e a sera con la via consortile.


Da un altro documento del 1908 veniamo a sapere che fino a quell'anno la casa in Padergnone l.d. al Dos, civ. n.7 part.ed. 12 con orto annesso part.f. 12 giacente a mattina della stessa immediatamente al di là della strada comunale ... era adibita ad uso di sede e di abitazione del curato pro tempore di Padergnone che usufruiva in pari tempo dell'orto annesso. Al Comune apparteneva invece una porzione di casa contigua ... che serviva in parte ad uso di scuole ed in parte di cancelleria comunale. Dal 1857 in poi ci fu bisogno di vari lavori di manutenzione tanto alla canonica quanto al locale ad uso scolastico e, a causa di numerose fessure, fu necessario puntellare la canonica e il locale, come pure gli avvolti. Nel 1862 il curato Zeni, desideroso che il comune si comodi per sempre, cedette volentieri per sè la stanza davanti ad uso locale scolastico onde il comune possa avere quella di dietro ad uso cancelleria.


A partire dal 1908, in seguito all'azione incrociata di permute e compravendite fra Comune e Beneficio curaziale, la Cancelleria, la Canonica e le Scuole trovarono luogo presso la casa ex Borselli [attuale Palazzo comunale] che il Comune aveva acquistato dalla Mensa Arcivescovile già nel 1901. Per sostenere la spesa, la Comunità vendette la sua proprietà di via al Dos alla signora Elisa fu G.Batta Righi per se dimorante in Padergnone.


Il Caputèl del Bàti - Un altro segno dell'importanza dell'odierna via s.Valentino è la presenza del secolare capitello dedicato ai santi Filippo e Giacomo, titolari della chiesa curaziale, il quale dava, per così dire, inizio all' antico agglomerato urbano. Esso prende il nome dal padergnonese Massimo Sembenotti, chiamato el Bàti, vecchio proprietario della casa, sulla parete della quale l'edicola sacra si trova ancora oggi situata. Le pitture, recentemente restaurate dalla padergnonese Monica Huez, rappresentano i due santi con i loro simboli iconografici canonici.


S. Filippo, a sinistra, reca la croce che, in posizione capovolta, fu strumento del suo martirio; mentre s.Giacomo il Minore, a destra, impugna il bastone con il quale fu definitivamente messo a morte, dopo che era stato senza esito fatto precipitare dal tempio di Gerusalemme a causa della sua professione di cristianesimo. S. Filippo calpesta col piede destro il drago alato ed aculeato sul dorso, simbolo della malvagità diabolica, vinta dall'apostolo martirizzato a Ierapoli di Frigia.


S.Giacomo tiene fra le mani anche il testo che lo rende assai famoso fra gli scrittori sacri: quella lettera di s.Giacomo (la prima delle lettere cattoliche) che contribuì al tempo del celebre Concilio di Trento (1545-1563) a definire il dogma della giustificazione per mezzo della fede e delle opere, e a sconfiggere l'eresia luterana che la voleva invece per mezzo della sola fede. Nel dipinto il testo (sotto forma di libro) appare aperto al versetto 12, dove si parla della tentazione: "Beatus vir qui suffert temptationem, quoniam, cum probatus fuerit, accipet coronam vitae ..." ("Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché, una volta superata la prova, riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano "). Sopra entrambi gli apostoli aleggia la colomba radiante, simbolo dello Spirito di Dio.


La Crós de Campàgna o de s.Valentìn - Più a nord del Caputèl del Bàti, e sempre lungo via s.Valentino, si eleva un piccolo rialzo roccioso sul quale si erge la croce (crós) di pietra che reca la data del 1797 e che veniva venerata durante le antiche rogazioni, intese ad impetrare la protezione dei campi contro i danni causati tanto dalla natura quanto dall'uomo. Le antiche rogazioni si tenevano nei tre giorni precedenti la ricorrenza dell'Ascensione, che a sua volta si celebrava nel quarantesimo giorno dopo la Pasqua, vale a dire nel giovedì della sesta settimana dopo la festa della Risurrezione. Ai tempi nostri l'Ascensione è spostata alla domenica seguente.


Il luogo della Crós de Campàgna, detta anche Crós de s.Valentìn, fiancheggiata a sudovest dall'appezzamento della Spighéta e dal Sentér che porta verso Sotóvi e Fontanamòrta, è un piccolo sito archeologico. Scrive infatti nel 1900 Ottone Brentari nella sua Guida del Trentino: "Alla croce di campagna, a sinistra della via che conduce a Vezzano, nell'inverno 1880-1881 si trovarono due tombe romane. L'una, formata di sei tegole con sopra i relativi embrici, conteneva uno scheletro, l'altra, in direzione perpendicolare alla prima, era scavata nella roccia e conteneva pure un grande scheletro". Interessanti sono anche gli elementi del corredo funerario reperiti all'interno delle due tombe assieme agli scheletri dei sepolti, che riportiamo con l'aiuto dell' Edizione archeologica della carta d'Italia del Roberti: un vasetto di cotto, pezzi di una piccola lucerna anch'essa di cotto, un coltello di ferro, un puntale di guaina in rame, frammenti di un fermaglio, un anello e una grande fibbia di bronzo.


{mospagebreak_scroll title=Il Comun}


Il Comùn - All'estremo sudest dei Càschi trova luogo l'antico palazzo che dai primi anni del Novecento è sede del Comùn. La prima fabbrica, rivolta a sud, risale almeno al 1656, come apprendiamo dalla data incisa sul vecchio portale di via Dodici Maggio, ora adibito alla memoria del Caputèl dei Santi (un tempo situato esattamente di fronte).


La separazione architettonica rispetto alle case circostanti e l'ubicazione di fronte all'antico capitello dei Santi Nerèi, dal quale prendeva inizio la vecchia strada per S.Massenza, segnalano sin dalle origini la finalità pubblica della costruzione, forse legata al Beneficio Curaziale del Paese e all'erezione dello stesso a primissaria curata nel 1630. La fabbrica originaria si inscrive comunque nella crescita non solo religiosa, ma anche demografica, urbanistica e soprattutto civile, che portò il Paese ad eleggere nel 1612 maggiori propri nelle persone di Valentino di Luchi e Mathe Sembenotto, e a connotare in questo modo con una più precisa autonomia il suo ruolo all'interno del secolare sodalizio con la vicina Comunità Vezzanese, insieme con la quale ebbe gli Statuti comuni del 1420 e del 1580 (Statutto della nostra comunità di Padergnone e Vezzano, copia padergnonese).


Un'impronta ancora più originale nell'amministrazione della Comunità si ebbe nel 1756 con la divisione dei beni montani con Vezzano, nel 1777 con la proposta d'aggiunta di nuovi capitoli allo Statuto su proposta del maggiore padergnonese Giacomo Biotti e, infine, con l'approvazione dei Capitoli di Riforma e Nuovi per il miglior regolamento della Comunità di Padergnone (1788).


Nel corso dei secoli XVIII e XIX il palazzo assunse le attuali dimensioni in seguito a due successive aggiunte in direzione nord, operate da vari possessori, fra i quali sicuramente la Mensa Arcivescovile e la ditta commerciale Borselli, documentata in Paese già a partire dalla metà dell'Ottocento. Ma il sopra detto consolidamento sei-settecentesco della specificità comunitaria del Paese, che ebbe ulteriore conferma in epoca asburgica nella formazione (a partire dal 1805) di un comune padergnonese del tutto autonomo e separato da quello di Vezzano, fece nascere ben presto l'esigenza di dare una sede dignitosa alla Cancelleria comunale ed alla Scuola elementare, fino al allora ospitate (insieme alla Canonica) in uno stabile dell'odierna via s.Valentino (all'epoca detta via al Dos).


Fu così che nei primi anni del Novecento (1908) l'Amministrazione Comunale, per opera del Capo Comune Cesare Beatrici e dei Consiglieri Mansueto Biotti e Illuminato Bassetti, entrò in possesso, vendendo i locali di via al Dos, delle porzioni settentrionali dell'attuale edificio comunale, ove furono collocate le Scuole elementari e gli Uffici comunali, mentre la parte meridionale era adibita ad abitazione del Curato.


La parentesi fascista privò il Paese della sua autonomia comunitaria: è del 14 marzo 1928 il Regio Decreto n.603, promulgato da Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della nazione re d'Italia, con il quale veniva resa esecutiva la riunione dei comuni di Ciago, Fraveggio, Lon, Margone, Padergnone, Ranzo e Vezzano in un unico comune con denominazione e capoluogo Vezzano e che era frutto dell'ossessione centralistica dell'allora leader del Partito Nazionale Fascista Benito Mussolini, Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato, Ministro e Segretario di Stato per gli affari dell'interno.


Ma negli anni Cinquanta, dopo la ricostituzione del Paese in comune autonomo con il referendum del 14 ottobre 1951 e in seguito alla Legge regionale del 23 agosto 1952, anche il palazzo comunale fu restituito a tutte le sue funzioni, e si provvide ad adattare a teatro una parte dell'edificio e a trovarvi posto anche per la Scuola materna. Dal 1952 al 1958 vi prese posto il signor Matteo Adami, dal 1952 al maggio del 1954 come Commissario Straordinario con la funzione di favorire il compito del Rappresentante della Regione che doveva saggiare la situazione finanziaria e patrimoniale del rinnovato Comune, e dal maggio 1954 al 1958 come primo sindaco eletto del ricostituito Comume di Padergnone.


Agli inizi degli anni Sessanta le scuole elementari si trasferirono nelle Scòle nòve, edificate a valle della Strada dei Càschi, attorniate dallo Spiazzàl dele Scòle (ora Piazza Municipio, contenente pure il Lavatòio dele Scòle che un tempo era protetto da una tettoia aperta), ed ora utilizzate, dopo la soppressione (metà anni Novanta) della Scuola elementare padergnonese, come supermercato e sede di associazioni. Negli anni Settanta anche la scuola materna si trasferì nella nuova sede presso la Tèra proméssa e nei primi anni Novanta pure il parroco andò ad abitare nella canonica nuova, edificata di fronte alla vecchia, nel vecchio podere delle Ave. Il palazzo comunale fu completamente ristrutturato negli ultimi anni del secolo XX.


L'antico Caputèl dei Santi dei Càschi o Santi Nerèi - Già i primissimi Atti Visitali parlano dei Santi dei Càschi Nereo, Achilleo, Pangrazio e Domitilla, le reliquie dei quali un' antichissima tradizione vuole rinvenute lungo le falde orientali del Dòs Padergnón, dopo che vi erano state deposte in età imperiale da militari di stanza sul vicino Castìn. I quattro Santi dei Càschi si trovavano un tempo raffigurati, assieme alla Madonna col Bambino e s.Massenza, nello scomparso Caputèl dei Santi, che era costituito da tre nicchie e trovava luogo (anche secondo un documento del 1912) sul muro orientale di un podere (ora urbanizzato), situato all'incrocio fra le attuali via Dodici Maggio e via del Ponte.


A fianco, più in quota rispetto all'odierna via del Ponte, esisteva un tempo il viottolo che portava a s.Massenza, dopo essersi congiunto con la Stradèla de Sotóvi (in parte almeno di probabile origine romana) che anche oggi attraversa la zona di Sottòvi partendo nei pressi settentrionali di Valùcher.


Adesso l'antico Caputèl dei Santi si trova ricordato proprio di fronte al suo luogo storico, in un vecchio portale murato sul retro del Palazzo Comunale: nella lunetta superiore sono raffigurati, ad opera di Luigina Tozzi, il Pòrto di Limbiàch e un avvolto dei Càschi.


Per conoscere le vicende storiche della comunità padergnonese, vedi Silvano Maccabelli, L'evoluzione del Comune rurale nei "Capitoli di Riforma e nuovi ..." e nei "Capitoli sulla Saltaria ...", 2006, Comune di Padergnone.


Per conoscere le vicende storiche legate ai Santi Nerèi si veda Giuseppe Morelli, I Santi Nerèi. la devozione a s.Nerèo, Achilleo, Domitilla e Pangrazio, in Padergnone Notizie, Comune di Padergnone, anno III, n.2 settembre 1997, e anno IV, n.1 gennaio 1998.


{mospagebreak_scroll title=I Crozzoi}


I Crozzòi - Abbracciati per tre lati dallo Stradón, i Crozzòi offrono un interessantissimo orotoponimo, che significa piccoli crozzi, roccette, da cui montagnola e via Montagnola. Essi sono divisi dal sistema orografico formato dalle Cìme e dalle Castagnère dal "passo" attraverso il quale corre la Strada de Dòs Alt, che scavalca la montagnola in direzione da ovest ad est, partendo dai pressi della chiesa della Regina della Pace e raggiungendo di nuovo lo Stradón di fronte a Còrf.


Il Dòs Alt, che ora ospita lo scavalcamento, è toponimo assai antico: viene infatti menzionato in un documento del 1622, nel quale si parla della vendita d'un affitto di 5 staia di frumento assicurato sopra un campo situato appunto a pè de Dos alto. Le pendici occidentali dei Crozzòi sono interamente inglobate nell'agglomerato urbano, a differenza di quelle orientali, poiché queste ultime erano un tempo almeno in parte proibitivamente lambite dalla malsana Palude dei Pràdi. Il complesso abitativo dei Crozzòi è ricchissimo di elementi architettonici peculiari della nostra tradizione urbanistica: blocchi aggettanti, avvolti, servizio igienico fuori dalle abitazioni, ed una corte interna un tempo acciottolata (il salasà), in forte pendenza verso i grandi atrii a pianterreno (le ère), che smaltiva le acque piovane attraverso il cornìcio, uno scarico insediato fra la roccia e le pareti cieche delle abitazioni o dei vòlti ad essa aderenti.


Dopo che la Stradèla dei Càschi, proveniente dall'Andróna, cessò di accedere ai Crozzòi, assorbita dalle abitazioni, l'unico accesso pubblico rimase lo scavalcamento laterale ad est ancora oggi percorribile dalla Cùrva del Stradón. Un altro accesso, molto caratteristico, oggi chiuso perché privato e ristrutturato, era quello rappresentato dalla scalinata (scaléte) situata ad ovest, in cima alle quali era situato un servizio igienico esterno. Che i Crozzòi siano (forse in contemporanea con i Càschi) il nucleo urbano più antico del Paese è testimoniato, oltre che dalla data 1541 (impressa sull'ormai urbanizzato quarto avvolto della scomparsa Stradèla dei Càschi), anche dall'altra data quattrocentesca scolpita su uno stipite di una finestra ai margini della Strada del Dòs Alt.


Sui Crozzòi aveva luogo, fin dai primi del Novecento, la sede padergnonese del Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano, denominata l'Agrària, che si occupava di viticoltura e bachicoltura, come testimoniava l'ormai scomparso Morèr (gelso) dei Crozzòi. L'Agrària era collocata su due piani e disponeva di due accessi: uno, rivolto a nord, in cima al salasà e l'altro più a monte, rivolto ad est, per raggiungere il quale era necessario passare attraverso l'avvolto situato fra casa ex Tonini ed ex Graziadei, e sopra il quale è ancora visibile l'iscrizione scolpita nel 1930 in onore di Lodovico Pedrini, presidente ed animatore del Consorzio: Questa casa, sede dell'Associazione Agraria Vezzanese accoglie e custodisce il marmo che per volontà degli agricoltori riconoscenti esalta e ricorda ai figli l'opera rigeneratrice, appassionata e feconda di Lodovico Pedrini, nel XXV anniversario di sua Presidenza.


{mospagebreak_scroll title=Sentèr Dòs Alt - Cìme}


Il Sentér Dòs Alt - Cìme - E' possibile percorrere a piedi il tratto che unisce i Crozzòi all'altura delle Cìme grazie alla restaurazione e alla bonifica dell'antichissimo tracciato che anche oggi percorre il fianco ovest del sistema collinare più orientale fra quelli che interessano l'area urbana e suburbana del Paese (le Cìme). Situato in posizione panoramica, il sentiero favorisce la visione, attualmente disturbata dal viadotto edificato negli anni Settanta, sia del Dòs Padergnon (costituente il sistema collinare centrale), soprassuolo di grande interesse botanico, costituito da una consociazione di flora mediterranea spontanea la più settentrionale in Europa, certamente in Italia (V. Marchesoni), e parco naturale con predominanza del leccio, comprendente circa un centinaio di specie erbacee, arbustive ed arboree (G. Morelli), sia del Dòs Pelà - Dòs Livèr che insieme danno luogo al sistema collinare occidentale, sovrastano il lago di s.Massenza e, dalla loro sommità, lasciano intravedere anche il lago di Toblino.


Il tracciato prende origine in corrispondenza del culmine del percorso di scavalcamento del Dòs Alt, che è situato in posizione leggermente più rialzata (donde appunto il nome) rispetto all'altura storicamente più importante dell'area strettamente urbana del Paese, quella dei Crozzòi, la quale, se dobbiamo prestar fede alla data quattrocentesca impressa sullo stipite d'una finestra, ospitò il primo nucleo abitativo padergnonese. Il toponimo Dòs Alt compare in una pergamena del 1622, nella quale si parla della vendita d'un affitto di 5 staia di frumento assicurato sopra un campo situato appunto a pè de Dos alto.


Il sentiero conduce, in direzione complessiva nord-sud, alle prime propaggini delle Cime alte, che rappresentano (come suggerisce appunto la loro denominazione) il punto più elevato del sistema collinare orientale del Paese, ed ospitano una vegetazione a ceduo inframmezzato da pino nero, messo a dimora in epoca asburgica. Più avanti, in direzione sud-sudest, le Cime alte danno luogo alle Cime Basse, caratterizzate da arativi e zone urbanizzate, mentre verso ovest-sudovest lasciano posto all'area ripida e prevalentemente boscosa delle Castagnère e a quella del Ceséder.


Lungo il tragitto, ad oriente del sentiero, trova luogo il Dòs dei Tomasìni (antico toponimo prediale), che rappresenta l'estrema propaggine settentrionale del sistema collinare delle Cime e, durante la Grande Guerra, costituiva un punto assai importante di transito della teleferica che collegava il comando militare di Trento con le zone operative giudicariesi dell'Adamello. Ad ovest della prima porzione del percorso si estende l'area agricola detta delle Ave, che digrada fino alla sottostante strada provinciale, contiene il recente edificio della chiesa parrocchiale della Regina della Pace e prende nome da un alveare un tempo collocato presso il terminale occidentale dello scavalcamento del Dòs Alt. Ad ovest del tracciato si estende la frata detta della Lóa, toponimo assai originale e suggestivo che vale, probabilmente, lóva, cioè lupa. Il corrispondente maschile si trova menzionato nella Busa del Lóf, toponimo della montagna padergnonese.



{mospagebreak_scroll title=I Càschi}


I Càschi [e la Festa dei Càschi] - Nonostante che le antiche carte padergnonesi siano assai avare a riguardo del toponimo dei Càschi, esso risale molto probabilmente alla parlata medievale. In tale contesto infatti càsco vale caduta, e la morfologia di via Dodici Maggio, attorno alla quale si estendono appunto i Càschi, tutta scavata e ricavata dalle pendici orientali rocciose del Dòs Padergnón, depone bene intorno a questo significato del termine. Caratteristica di quest'area del Paese era infatti la frequentissina caduta di sassi provenienti dalle pareti soprastanti, frenata e limitata con pazienza secolare dai suoi abitatori.


All'ipotesi etimologica appena descritta va comunque affiancata un'altra, che appare non meno verosimile della prima ed utilizza il termine càsco intendendolo nel significato di cascata. Pare infatti che fino ai primi del Cinquecento l'attuale zona dei Càschi fosse coperta da un'area paludosa articolata in vari ripiani generati da salti a modo di cateratta, uno dei quali (sostenente l'antica Palude dei Pràdi) doveva trovarsi fra la Tór e la porzione di terreno detta Ciòch, situata alla sinistra idrografica prima di arrivare al vecchio Molìn del Péro, mentre l'altro (sostenente appunto la vecchia Palude dei Càschi) doveva essere ubicato nella zona immediatamente a sud dell'attuale Municipio e ad ovest dell'antico Molìn dela Gioàna.


E' probabile, quindi, che i primi abitatori dei Càschi, isolati com'erano a causa di questa situazione ambientale, si considerassero a parte rispetto agli altri Padergnonesi. La peculiare struttura architettonica del loro piccolo agglomerato, composto di blocchi aggettanti con la presenza di numerosi avvolti, rende i Càschi probabilmente coevi all'analogo insediamento situato sui Crozzòi. Già i primissimi Atti Visitali parlano dei Santi dei Càschi Nereo, Achilleo, Pangrazio e Domitilla. Essi si trovavano un tempo raffigurati, assieme alla Madonna col Bambino e s.Massenza, nello scomparso Caputèl dei Santi.


Prima con la faticosa (e secolare) arginatura della Roggia e poi con la progressiva riduzione dei salti di cui sopra si diceva, le zone paludose dei Càschi furono, con l'andare del tempo, bonificate, e si provvide a gettare degli attraversamenti sul corso d'acqua. Il primo dei quali fu senza dubbio costituito dalla Préda dei Càschi, e la Stradèla dei Càschi, dopo essere passata sotto l'avvolto dell'attuale Passaggio dei Càschi e sotto quello detto del Molìn del Péro, proseguiva sotto l'altro avvolto dell'odierna casa Morelli e poi, percorrendo l'Androna, saliva, attraverso un quarto avvolto, sull'altura dei Crozzòi per raggiungere infine la zona di Barbazzàn. Prima di una sistemazione definitiva della Roggia, tuttavia, si dovette aspettare parecchio. Almeno fino al 1866, l'anno di Garibaldi a Bezzecca, quando si tolse di mezzo il tratto di roccia che disturbava il corso d'acqua fra la Tór e il Cioch.

 

La festa dei Santi dei Càschi, che ricorre il 12 di maggio, era la sagra dei Càschi, che quindi si dstingueva da quella del Paese, festeggiata invece il terzo giorno di maggio nella ricorrenza dei santi Filippo e Giacomo. Si dice che la festa era denominata sagra dei lumàci, perchè quello era il periodo buono per andarli a raccogliere ed anche perché, in quella occasione, venivano cucinati e distribuiti alla genre, come si fa ora a Carnevale con la pastasciutta. E si aggiunge anche che in quel giorno si vedevano girare degli scanzonati vu cumprà che offrivano alla gente, per ischerzo, delle vecchie robe usate. Tradizioni belle e scomparse, le quali si sforzano ora (con successo) di rivivere nella restaurata Festa dei Càschi che si tiene nella quarta domenica di maggio.


{mospagebreak_scroll title=Barbazzàn}

Barbazzàn - Propriamente riferito ad alcuni fondi situati nell'area padergnonese posta ad est-sudest del sistema collinare formato dalle Cime Alte e dalle Castagnère, il toponimo Barbazzàn designa attualmente l'intera area urbanizzata che si apre sulla via omonima. Barbazzàn è denominazione antica. Appare infatti già in una pergamena stilata in Trento alla fine di agosto del 1629, contenente un atto di vendita con il quale il padergnonese Valentino del fu Matteo Chemelli comprava proprio a Barbazzàn per ottanta ragnesi un prato da Antonia del fu Paolo Chemelli dai Dossi, anch'essa di Padergnone e moglie del calavinese Giacomo Bentivegna. In un documento del 1639, inoltre, il nostro nome è utilizzato per significare la roggia di Calavino (che vien da Callavino et intra nel lago di Padergnone) e quindi, per estensione, anche il territorio limitrofo.


Barbazzàn è toponimo suggestivo, che ha dato origine a varie ipotesi interpretative. Secondo studiosi come il Chiusole, il termine sarebbe niente meno che un prediale della gens Barbatia, una famiglia di coloni romani, che, analogamente ai Paterni di Sotóvi, gestiva in epoca tardoimperiale un ipotetico fundus nell'area in questione. E' noto infatti che i Romani amavano moltissimo il vino retico, che induceva in tentazione perfino il sobrissimo Augusto, ed è verosimilmente per motivi di produzione viticola che la Conca dei Laghi fu sede di numerosi insediamenti colonici. Sempre secondo il Chiusole, un toponimo analogo nei pressi di Cavedine, cioè Barbaiane, dovrebbe invece derivare dal nome (d'influsso romano) Barbilius.


D'altro canto il Vogt intende il toponimo come derivazione dal termine tardolatino barbatiànus, che significa frumento magro o spelta. Il che non è per niente improbabile, visto che la pianta in parola, importata dai Romani dalla Germania dove cresceva spontanea, bene si adattava ai terreni come i nostri, e ha dato il nome anche al vicino fondo delle Spèlte.


Un'altra ipotesi, cui sembra dar credito anche il Lorenzi, che ne fa menzione nel suo Dizionario toponomastico trentino, all'origine della nostra denominazione pone il lemma medievale barba o barbazza, che vale radice, radìs, oppure, per effetto di trascrizione, raìs. Ed è appunto nella località detta alla raìs che, secondo la n. 7 delle pergamene padergnonesi, il giorno di s.Martino del 1560 un certo Giovanni del fu Domenico Tonini vendette per ragnesi 1 e lire 4 ad Antonio del fu Vigilio Bianchi un prato situato proprio nei pressi delle pertinenze di Calavino. Il termine barba (nel senso di radice o lanugine) viene usata (naturalmente non riferita ai nostri luoghi) anche dal famosissimo naturalista romano Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo dopo Cristo e morto nel 79, al tempo dell'eruzione del Vesuvio che lui voleva studiare da vicino.


Per finire, poi, è doveroso accennare ad una proposta etimologica avanzata, pare, dallo sperimentatore agrario Rebo Rigotti, l'unico padergnonese al quale a tutt'oggi sia stata intitolata una via del Paese. Il Rigotti farebbe risalire il nostro toponimo all' espressione barba gioàn, oppure, per effetto di assimilazione alla parlata trentina cittadina, barba zoàn, da cui Barbazàne, frequentissima variante del toponimo nei vecchi documenti ufficiali.


Il Caputèl de Barbazzàn o de s.Giusèpe - Nel punto dal quale si dirama, in direzione est, dall'attuale via Barbazan, l'antica Stràda dele Rogazzión (ora via delle Fontane) si trova il capitello dedicato a s. Giuseppe. Si tratta di un luogo un tempo assai importante per la celebrazione delle antiche rogazioni padergnonesi, che principiavano proprio da questo punto. Nell'edicola è stato restaurato (da Monica Huez) il vecchio dipinto che raffigurava il padre putativo del Cristo: dinanzi ad uno sfondo occupato da un albero secolare (simbolo della tenacia e della saldezza del padre), s.Giuseppe tiene in braccio il Bambino recante un giglio in una mano.


La Crós de Barbazzàn - Fra le Spèlte e le Tòpe si erge la croce di Barbazzàn che, come la sua gemella di via s.Valentino, fu eretta nel 1797 ai fini delle rogazioni, ed ora si presenta intatta solo nel suo basamento, mentre nel resto appare rifatta ed intitolata all'anno mariano 1987-1988.


{mospagebreak_scroll title=I Pràdi}


I Pràdi - Quando nel Seicento il nostro Paese ebbe il suo decollo demografico ed economico, i Pràdi ricoprirono un ruolo di straordinaria importanza. Delimitati ad est dalla scarpata sulla sommità della quale trova luogo la SP 84 per Vezzano, contenuti ad ovest dal corso della Roggia Grande, e racchiusi a nord dal Pelmónt e a sud da Còrf e dal Corvét, i Pràdi erano, fin da epoca antichissima, probabilmente occupati da una vasta palude originata dalle acque sparse provenienti dalla zona di Naràn e del Gaidòs, e denominata lago di Còrf.


Secondo lo studioso vezzanese N.C.Garbari il bacino trovava sfogo alla Spighéta, riversandosi nel lago di S.Massenza presso la Pózza. E' assai probabile che il lago di Còrf sia stato parzialmente interrato al tempo della grande alluvione che alla fine del secolo VI d.C. colpì le nostre zone e di cui parlano sia Gregorio Magno che (molto più tardi) Giangrisostomo Tovazzi, dando luogo all'area della Campàgna (completamente ed immediatamente interrata) ed alla residua Palude dei Pràdi (rimasta ancora allagata per secoli). Ci vollero mille anni abbondanti prima che i Padergnonesi più industriosi pensassero a porre le basi dell'agricoltura del Paese iniziando la bonifica dei Pràdi tramite la creazione di argini che dettero luogo all' odierno letto della Roggia Grande.


Per la nostra minuscola comunità fu un lavoro gigantesco e secolare che si protrasse fino a tempi abbastanza recenti e si concluse con l'escavazione della roccia del fondale presso il Ciòch, affinché le acque defluissero con maggiore agevolezza. La colonizzazione dei Pràdi a scopi agricoli viene menzionata per la prima volta in un rogito del 1587, mediante il quale certo Benvenuto del fu Antonio Benvenuti di Padergnone vendeva un suo podere situato a rugia a ser Lorenzo Dorighello per pagare un debito contratto con la chiesa del Paese.


Nel Seicento la coltivazione dei Pradi si fece sempre più assidua e la terra si concentrò nelle mani di Valentino del fu Matteo Chemelli. Egli vi comprò un campo nel 1617 da Matteo del fu Giovanni Sembenotti al prezzo di venti ragnesi. Ne acquistò uno molto più grande due anni dopo da Cristoforo del fu Valentino Sembenotti per cinquantacinque ragnesi. Continuò nel 1626 comprando un podere da un certo Giovanni Battista Frizzera di Vezzano e concluse l'anno seguente affittandone un altro dietro compenso di dodici staia di frumento da un certo Cristoforo Locher di Trento.


Contenuto nei Pràdi è il piccolo fondo denominato Ort, cintato da muro e con un portale rivolto a nord. Al limitare dei Pràdi, dove la Roggia piega decisamente ad ovest, si trova la sorgente del Filò, situata a 282 metri sopra il livello del mare. Essa contribuisce a rifornire l'acquedotto urbano ed è generata da una falda artesiana posta a due metri e mezzo dal piano di campagna, nella quale l'acqua confluisce dai versanti del Bondone, dai Pràdi stessi e dalle Fontàne, protetta da uno spesso strato di argilla e sabbia.

{mospagebreak_scroll title=I Fòssi padergnonesi}

 


I Fòssi padergnonesi - Il Fòs dei Pràdi - I Pràdi ospitano gli elementi nordorientali del sistema idrografico padergnonese, ormai quasi del tutto coperto. Il Fòs dei Pràdi è alimentato da tre punti sorgivi e, giunto nei pressi del Filò, si immette nel Fòs, proveniente da Barbazzàn, che poi si getta nella Rógia presso l'incrocio fra le attuali via dei Càschi e via s.Valentino. Presso la sorgente del Filò era situata la Fontàna commune, protetta dagli statuti cinque-seicenteschi vezzano-padergnonesi, che serviva per l' approvvigionamento idrico del Paese. Dopo la costruzione dell'acquedotto proveniente dal Séco (primi anni del Novecento), lungo il Fòs, un po' più a valle della Fontàna, venne sistemata la Préda che serviva da lavatoio. Il tratto formato dalla confluenza del Fòs e del Fòs dei Pràdi sino alla foce nella Rógia è stato anch'esso coperto, e la vecchia Préda è stata anni addietro sostituita più ad ovest dal Lavatòio dela Rógia in cemento armato, situato a nord della Piazzéta e ad est del Pónt dela Rógia.


Il Fòs de Limbiàch - La Strada de Limbiàch era in parte costeggiata dal Fòs de Limbiàch (oggi interrato) che traeva origine dalla Roggia nei pressi della Pessicoltùra del Signoredìo e andava a gettarsi nel lago in corrispondenza del Pòrto.


Il Fòs e il Fòs de dele Tòpe o de Barbazzàn - Dalla Sorgente dele Fontàne, candidata ai primi del Novecento ad alimentare l'acquedotto del Paese (poi attinto invece dalla più favorevole Sorgente del Séco) e sistemata dalla SISM negli anni fra il 1947 e il 1948, nasce il Fòs (detto anche negli antichi documenti Rivo delle Spèlte o Rìvo delle Fontàne), elemento primario del sistema idrografico sudorientale dell'area padergnonese. Dopo aver costituito per un tratto il confine fra le Fontàne e le Spèlte, ed essere giunto presso la Crós de Barbazzàn in direzione da est ad ovest, il Fòs piega a nord verso il centro storico ed insieme si dirama verso sud-sudovest nel Fòs de Barbazzàn o Fòs dele Tòpe, che va a confluire a cascata presso i Canevài nella Rógia de Calavìn. Tanto il Fòs de Barbazzàn quanto la appena detta confluenza (chiamata sitto ove cade da alto tovo l'acqua del fosso di Barbazan e si congiunge con la rogia) appaiono nelle vertenze settecentesche circa i confini con il comune di Calavino.


Il Fòs, dopo aver costeggiato, interrato lungo l'attuale via Barbazan (detta anche Strada vècia, cioè antica Strada imperiale), le Fontàne e la Cesùra, punta, sempre interrato, verso il Bròilo, presso la sede attuale della Cassa Rurale della Valle dei Laghi, dove sorgeva un tempo l'essiccatoio Rigotti, raro esempio scomparso di "archeologia industriale" padergnonese. Attraversata la campagna di Còrf, il Fòs si dirige infine verso i Pràdi, mutando direzione da sud-nord a est-ovest con il contributo di una piccola sorgente situata a valle di Corvét, ricevendo il Fòs dei Pràdi presso la sorgente del Filò e confluendo poi, arricchito anche dalle acque di quest'ultima, nella Rógia Granda all'imbocco dei Càschi.


Il Fòs del Séco - Nell'area di Còrf il Fòs riceve anche le acque (ora quasi del tutto interrate) del Fòs del Séco che radunava le risorse idriche dell'omonima sorgente e, dopo essere sceso presso il lato settentrionale della Canòva, accompagnava a cielo aperto lo Stradón sul lato nord in direzione ovest, poi piegava in direzione nord presso il Bròilo ed infine, rivolgendosi ancora verso ovest, sfociava nel Fòs in piena area di Còrf.


Per approfondire le notizie sui Fòssi si veda Silvano Maccabelli, I secoli dell'acqua: idrografia e storia nell'area padergnonese, in AA. VV., Il Libro delle Acque, 2008, Commissione culturale intercomunale di Terlago, Vezzano, Padergnone, Calavino, Lasino, Cavedine, pag. 349 e segg.


{mospagebreak_scroll title=La sagra della Madonna della Pace}


La sagra della Madonna della Pace - L'attuale sagra di Padergnone è dedicata alla Madonna della Pace che, dal 1968, è la santa titolare della Parrocchia e della (nuova) chiesa parrocchiale, oltre che la patrona del Paese. L' idea della festa della Madonna della Pace, però, è tutt'altro che recente e risale addirittura al febbraio del 1879, quando l'allora curato padergnonese Giandomenico Pozzi da Castelcondino (in cura d'anime dal 1873 al 1885) scrisse al Principesco Vescovile Ordinariato per chiedere il permesso di venerare la Madre di Dio col titolo di "Madonna della Pace" nella quarta domenica d'ottobre, appunto con una festa comunitaria.


Nella medesima lettera si chiedeva anche il permesso di far intagliare, benedire e venerare una statua che rappresentasse la Madonna della Pace. Tuttavia dapprima (marzo 1879) l'Ordinariato rifiutò l'autorizzazione, in quanto nessuna delle immagini ufficiali ritraeva la Madonna della Pace con la palma dell'olivo, come invece chiedevano i Padergnonesi dell'epoca, che fin dal secolo XVI ospitavano nella chiesa dei santi Filippo e Giacomo siffatte raffigurazioni della Vergine, come possiamo vedere anche adesso, per esempio, nel dipinto (molto più recente) della Madonna in gloria con Bambino, che trova luogo nella porzione superiore dell'ancona situata sopra il coro.


Il curato Pozzi ebbe comunque il grande merito di insistere sull'abbinamento Madonna-olivo, creando così una raffigurazione mariana del tutto originale e tipicamente padergnonese. La Madonna con l'olivo, del resto, come già si è detto in precedenza, era una costante nella devozione del Paese perché, come faceva notare all'Ordinariato anche il Pozzi, ancora nel 1535 la Vergine era venerata col Bambino, col rosario e con la palma d'olivo in un quadro [ora scomparso] utilizzato come piccola pala dell'unico altare della primitiva cappella, oltre che, molto più tardi (1870, secondo il Pozzi), nella pala grande elevata sopra l'abside del coro, che anche adesso possiamo ammirare.


Ottenuta alla fine (ottobre 1880) l'autorizzazione dell'Ordinariato Principesco Vescovile per intercessione del parroco decano foraneo di Calavino mons. Gentilini, la statua venne commissionata il 19 maggio 1881 all'artista gardenese I.A.Moroder tramite l'interessamento di un certo padre Cherubino da Gardena, cappuccino del convento di Trento. In un primo momento furono elaborati due progetti raffigurativi, uno dei quali prevedeva la Madonna con la palma d'olivo fra le mani e con in braccio il Bambino recante a sua volta un ramo d'olivo insieme con una piccola croce.


Ad essere attuato, però, fu un secondo progetto, quello cioè che l'artista stesso riteneva il migliore e che anche adesso possiamo vedere nella apposita cappella della chiesa della Regina della Pace: il Bambino, sul braccio sinistro della Madonna, guarda dolcemente il popolo come se dicesse "Venite da mia Madre", additandola graziosamente con la destra, mentre con la mano sinistra porge la palma d'olivo alla Madonna, la quale, con la destra, la riceve e la porge al popolo; il volto e lo sguardo della Madonna sono rivolti al popolo e la Vergine sembra dire "Prendete la pace che apportò il mio divin Figliuolo; io sono la dispensatrice di tutte le grazie".


Originariamente collocata nella bussola (ora desolatamente vuota) dell'altare laterale dell' antica curaziale dedicato ai santi Nerèi, dalle cui raffigurazioni a pala era affiancata, la statua si trova ora nella chiesa parrocchiale intitolata alla Regina della Pace, decorata sullo sfondo da un bozzetto d'ispirazione mariana, opera di Monica Huez.



{mospagebreak_scroll title=Le Ave e la Cèsa nòva}


Le Ave e la Césa nòva [della Regina della Pace] - Edificata dal dicembre 1963 al luglio 1966, aperta al culto nel Natale del 1967, consacrata il 30 giugno 1968 e dedicata alla Madonna della Pace, la Césa nòva è stata costruita su progetto dell'architetto Carlo Keller che, con due linee, una orizzontale e l'altra verticale (lungo tetto e alto campanile) ha voluto esprimere che l'uomo terreno immerso nel materiale ha bisogno dell'Alto, del Trascendente (L.Flaim). La costruzione, in pietra rossa di Calavino, è guarnita con molti elementi in legno supportati col cemento. Il tetto è in legno e all'interno dà il senso di intimità e calore familiare (L.Flaim). Il campanile è alto 23 metri ed è interamente edificato in cemento armato, e nella cella campanaria sono ospitate quattro campane, delle quali la prima è dedicata alla Madonna della Pace, la seconda ai santi Filippo, Giacomo, Achilleo, Nereo, Pangrazio e Domitilla, la terza alla Divina Provvidenza e ai benefattori della chiesa, e la quarta alle anime del purgatorio e ai caduti.


Il portale, volto a sud, è una fusione in bronzo, opera di Luciano Carnessali, che raffigura la Santa Messa. Le tre formelle a sinistra rappresentano la Liturgia della Parola: figure di profeti (in alto), il Cristo risorto con i simboli degli Evangelisti (al centro) e la Tradizione Ecclesiale (in basso). Le formelle di destra, invece, raffigurano la parte sacrificale della Messa: il sacrificio di Cristo, l'istituzione dell'Eucaristia e l'offerta dei doni. La vetrata a colori sopra il portale (opera di Mario Parisi su disegni di Carlo Bonacina), vista dall'interno, rappresenta la Madonna della Pace recante sulla destra dei fiori, un paese sotto la sua protezione ed alcune colombe in volo, mentre sulla sinistra sono raffigurati i segni del dolore umano (croci e piaghe).


La navata ospita tutt'intorno le stazioni bronzee della Via Crucis, e in fondo a sinistra trova luogo il fonte battesimale, simbolo del pozzo della Samaritana, decorato con scene del battesimo di Cristo. Nel presbiterio troviamo il tabernacolo a raggiera in bronzo scuro, inserito in un' edicola di marmo bianco di Lasa, mentre la lampada ad olio è sorretta da una colonna di bronzo: nella parte superiore essa raffigura il Cristo ed in quella inferiore riproduce tre immagini di santi. A destra dell'altare pende il Crocefisso, opera di Carlo Bonacina, dipinto su legno con sfondo dorato. In marmo bianco di Lasa è pure l'ambone situato sul lato sinistro del presbiterio e recante l'immagine del Seminatore. Nel sepolcro incorporato nell'altare sono racchiuse le reliquie di s.Vigilio e dei martiri Anauniesi, e nella sacristia è custodita un'urna contenente le reliquie dei Santi dei Caschi.


Circa al centro della parete orientale della navata si trova l'antica statua della Madonna della Pace, commissionata il 19 maggio 1881 all'artista gardenese I.A.Moroder, dopo che nel 1879 il curato padergnonese don Domenico Pozzi ottenne il permesso di venerare la Madre di Dio col titolo di Madonna della Pace nella quarta domenica d'ottobre. All'epoca nessuna delle immagini ufficiali ritraeva la Madonna della Pace con la palma d'olivo, e quindi tale abbinamento è da ritenersi tipicamente padergnonese. La Madonna con l'olivo, del resto, è ab immemorabili una costante nella devozione del Paese, data la presenza un tempo di un dipinto del 1535, ora perduto, che la ritraeva col nome popolare locale di Madonna delle Palme.



Dalla Césa vècia alla Césa nòva - Il curato Giandomenico Pozzi da Castelcondino, che fu a Padergnone dal 1872 al 1885, era senz'altro una persona diligente, dinamica e tenace. Oltre a fondare la devozione padergnonese per la Madonna della Pace commissionandone nel 1881 la statua collocata tuttora nella chiesa parrocchiale, fu anche il primo a capire che i cinquantasei posti della chiesa dei santi Filippo e Giacomo erano già a quel tempo divenuti del tutto insufficienti per le esigenze pastorali. Costituì allora un "fondo per la rifabbrica della chiesa curaziale" da lui stesso amministrato, al quale assegnò pure una particella (forse il cosiddetto lunèl) acquistata all'asta a Vezzano nel 1882. Il tutto fu registrato presso il Giudizio distrettuale di Vezzano, venne approvato dalla Curia principesco-vescovile e dalla Rappresentanza del Comune di Padergnone.


Il primo progetto organico della "rifabbrica" della curaziale fu disegnato nel 1892 dall'allora Cooperatore presso la pieve di Calavino don Donato Perli da Andalo su invito del nuovo curato di Padergnone don Angelo Campregher, che amministrò la nostra comunità religiosa dal 1885 al 1905. La nuova costruzione avrebbe dovuto avere, fra il resto, una facciata completamente modificata: abolizione della scalinata con conseguente abbassamento del pavimento, inserimento di quattro colonne con relativo capitello, frontone classico con oblò centrale, serie di tre finestre con quelle laterali ad arco e leggermente abbassate rispetto a quella centrale a mensola. Se fosse prevalso il progetto perliano, ora, a valle dei Crozoi e di fronte a casa Beatrici ex Conti, al posto della attuale sobria costruzione rustica dalle linee semplici e pulitissime, ci troveremmo davanti un edificio alto quasi diciassette metri dall'aspetto maestoso e classicheggiante.


Il successivo curato, don Vigilio Tamanini, che fu a Padergnone dal 1905 al 1919 ed ora è sepolto nel nostro cimitero, ricordato da una lapide, si mise all'opera per costituire un nuovo Comitato pro chiesa, regolarmente approvato dalla Rappresentanza Comunale nel novembre del 1907, e per ottenere (due anni dopo, nel 1911) il benestare all'inizio lavori da parte dell' imperial regio Capitanato Distrettuale di Trento. E non solo, ma fu anche necessario ottenere (nel 1912) l'approvazione della Commissione Centrale di Vienna per la conservazione dei monumenti storici. Ma la grande guerra spazzò via non solo le buone intenzioni di don Vigili, ma anche le vecchie istituzioni asburgico-tirolesi.


Chi si rimise all'opera nel 1924, mentre era sindaco Enrico Decarli, fu il longevo don Giuseppe Tamanini, che, prima di ritirarsi in pensione presso la casa di Vigilio Decarli con ingresso sul Dossalt, resse la curazia padergnonese dal 1919 sino al 1954. Il comitato di don Tamanini, spinto soprattutto dallo studioso di agraria padergnonese Rebo Rigotti, non amava il progetto perliano che stravolgeva le linee stilistiche della chiesa preesistente e quindi i lavori che vennero effettuati in quell'epoca furono marginali ed ignorarono completamente il disegno del Perli: venne semplicemente rifatta la scalinata (prima incurvata, che il Perli avrebbe voluto abolire) e furono incorniciati lo zoccolo, il tetto, il portale e la finestra della facciata (prima a tutto sesto).


Nel 1945 ci si rivolse all'architetto Mario Sandonà per un nuovo disegno di ampliamento della chiesa, il quale, però, ne modificava la struttura proiettandola verso il basso (cripta) e verso est con notevole dispendio di spazio. Il lungo tira e molla del Comitato fece perdere la pazienza, più tardi, a don Dante Borghesi, primo parroco (1954-1960), il quale, su consiglio di Matteo Adami, primo sindaco del ricostituito comune, decise di abbandonare il progetto di ampliamento per abbracciare quello della costruzione ex novo: in località Ave su disegno di Mario Eccel.


Il secondo parroco di Padergnone (don Luigi Flaim, che porterà a termine finalmente la costruzione della nuova chiesa), però, giudicò il disegno dell' Eccel "molto semplice, esile, architettonicamente povero di motivi", e, con l'ntenzione di affidare un nuovo progetto all'architetto Carlo Keller, lo ritenne più adatto alle missioni brasiliane di Formigueiro. Sic transit gloria mundi.


Per maggiori informazioni sulla costruzione della chiesa della Regina della Pace si veda Don Luigi Flaim, La nuova chiesa di Padergnone dedicata alla Madonna della Pace, 1993, Arco.


Per notizie sulla curaziale antica dei santi Filippo e Giacomo si veda Silvano Maccabelli, La parrocchiale antica, in Padergnone Notizie, Comune di Padergnone, anno IV n. 1 gennaio 1998, anno IV n. 2 maggio 1998, anno IV n. 3 settembre 1998, anno V n. 1, febbraio 1999.


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16 Set
CASTEL MADRUZZO - Il comune incontra i censiti
Data 16 Set 2019 20:00 - 21:00
23 Set
SARCHE - Il comune incontra i censiti
Data 23 Set 2019 20:00 - 21:00
30 Set
CALAVINO - Il comune incontra i censiti
Data 30 Set 2019 20:00 - 21:00
7 Ott
PERGOLESE - Il comune incontra i censiti
Data 7 Ott 2019 20:00 - 21:00
20 Ott
PERGOLESE - La Grasparola
Data 20 Ott 2019 08:30 - 09:30

Notizie Regionali

15 Set 2019 - Soccorso Alpino Trentino
Molti interventi del soccorso alpino - Trentino

Incidente mortale: parapendio precipitato in Val di Fassa.

14 Set 2019 - Soccorso Alpino Trentino
Duplice fatale caduta in parete - San Martino di Castrozza

Recuperate le salme di due alpinisti veneti sulla via Scalet-Biasin (Sass Maòr - Pale di San Martino).

13 Set 2019 - Comando Truppe Alpine
Giornata personale amministrativo esercito - Trento

Anche per il corrente anno, il Ministero della Difesa ha celebrato, con eventi in tutta Italia, la “Giornata [ ... ]

10 Set 2019 - redazione
Operaio cade in un pozzetto - Rango

Tragedia sopra l'abitato di Rango.

Nazionali

15 Set 2019 - redazione
Avincontro d'Autunno - Reggio Emilia

La manifestazione autunnale dell'avincontro reggino.

09 Set 2019 - Club Alpino Italiano
Sentiero Italia - Comelico

Nel Comelico lungo il sentiero Italia CAI, tra grande guerra e posta Vaia.

Fuori Valle

22 Set
PERGINE VALS: - Camminata per la Vita
Data 22 Set 2019 09:00 - 13:00
22 Set
GIOVO - Marcia dell'uva
Data 22 Set 2019 09:00 - 12:00
4 Ott
TRENTO - Concerto Coro Paganella
Data 4 Ott 2019 20:30 - 21:30

Frase del giorno

Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno.
Hermann Hesse
 

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