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Limbiàch
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Scriveva
in latino nel nuovo Libro
dei Morti,
più di duecento anni fa, il curato padergnonese Pietro Pedrini
da Lasino, cittadino onorario di Trento e nobiluomo: "Il
15 agosto 1791, verso sera, quattro uomini dabbene insieme con tre
donne, tornando a casa con la bonaccia dalle Sarche dopo la festa
dell'Assunta, sedevano senza alcuna precauzione in una barchetta, ma
giunti ormai vicino all'anello
di Limbiàch,
l'acqua sommerse lo scafo portandosi via la vita di tutti ...".
Nel
1623 Valentino del fu Matteo Chemelli comprava un campo in enfiteusi
a Nimbiac,
ed
il suo notaio inaugurò una lunga serie di corruzioni del
nostro toponimo, la quale annovera varianti curiose come Vimbiac,
Nimbiaco e
Limbiago.
Delimitato
a sudest dalla Roggia
Grande,
che lo separa per un tratto dal vicino Pendé,
e racchiuso a nordovest, dopo Valùcher,
da quel che resta del
Dos Olivèr e
dal Crozzét,
Limbiac deve il suo nome all'espressione limes
lacus,
riva
del lago, e
la sua importanza al porto
in esso contenuto. Nel quale è ben visibile la grossa pietra a
cui era fissato l'anello
di ferro che teneva legate le barche.
Probabilmente
fino alla metà dell' Ottocento non esisteva alla Stretta
dei due laghi un
vero e proprio ponte. E' abbastanza ovvio, quindi, che almeno fino a
tale data le imbarcazioni servissero di frequente per il trasporto di
persone dall'una all'altra riva del lago, permettendo di abbreviare
notevolmente la strada che altrimenti, dopo il tracciato di Sottovi,
costeggiava il Dòs
dele Valéte fino
ad unirsi con quella dei Casalìni.
L'attività
piscatoria, poi, è stata una delle più antiche fonti di
sostentamento per la nostra gente, anche se essa doveva quasi sempre
accontentarsi delle insipide scardole, mentre il resto andava ad
imbandire mense più fortunate. Risale infatti all'aprile del
1307 l'affittanza,
dietro
pagamento annuo di quaranta lire piccole veronesi, del diritto
esclusivo di pesca nel lago
di Maiano a
favore di
Armanio de Padergnono,
investito dall'arciprete di Calavino Enrico da Legnano a nome del
vescovo Bartolomeo Quirini. Più di ottant'anni più
tardi, nel 1391, l'affitto venne concesso per sessanta lire al
padergnonese Nascimbene del fu Ture [Beatrici], che possedeva degli
immobili anche a Trento. Di Padergnone furono pure i locatari nel
sec. XVI e nel 1678 il titolare era un certo Ventura del fu
Baldassare Beatrici.
Dal
capitolo 24 dei
Capitoli di Riforma e Nuovi per il migliore regolamento della
Comunità di Padergnone del
1788, rimasti sconosciuti per quasi due secoli e rinvenuti di recente
(1994), veniamo a sapere che nel lago poteva pescare non solo chi
aveva l'affittanza
del medesimo, ma anche gli altri vicini.
Tuttavia a partire dal giorno dell' Assunta sino alla fine delle
vendemmie a questi ultimi era proibito qualsiasi tipo di pesca
notturna nel lago sotto pena di dieci lire di multa. Entro questi
termini i non affittuari dovevano consegnare, sotto pena di tre lire,
al suono dell'ave
maria le
loro barche al saltaro di Pendé,
il
quale aveva l'obbligo di invigilare
e di denunziare i trasgressori. Al
mattino, poi, le barche non potevano essere staccate dall'anello se
non dal saltaro medesimo. I proprietari di barchetti
che opponevano resistenza all'ordine del saltaro, o il saltaro stesso
che omettesse per qualsiasi motivo di denunziare i trasgressori erano
castigati
ad arbitrio del Regolano fino ad una somma d'un Ragnese.
Un'ultima
osservazione. A nord del porto di Limbiàch,
fonte di vita e di morte per la nostra gente, si estende la
Costacadéna:
un altro toponimo che testimonia della vocazione lacustre degli
antichi Padergnonesi.
Per
notizie su Limbiàch
e
la porzione padergnonese del lago di s.Massenza vedi Silvano
Maccabelli, L'"anello
di Limbiach". Padergnone comunità di lago
in AA.VV., Di
lago in lago,
2005, Commissione culturale intercomunale di Terlago, Vezzano,
Padergnone, Calavino, Lasino, Cavedine, pag. 125 e segg.
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